Il grande regista Luigi Di Gianni in visita al “Museo Parrocchiale dell’Arte Sacra e Contadina e della memoria storica ruvese”

Mi tremano le vene e i polsi per l’emozione che mi rinnovano il parlare, lo scrivere ed il raccontare di Luigi Di Gianni, il mostro sacro del cinema italiano, maestro dell’esistenzialismo, che per primo mi immortalò da bambino nel suo famoso docu-film “Viaggio in Lucania”, girato a Ruvo del Monte nel 1965, e che io, a distanza di molti anni, contraccambiai citandolo nella mia tesi di laurea. Questo poliedrico fuoriclasse della macchina da presa e della telecamera (notevolissima la sua riduzione televisiva de “Il processo” di F. KafKa, del 1954, con Paolo Graziosi nel ruolo di J. Kappa, Mario Scaccia, Piera degli Esposti, Milena Vukotic), uno dei massimi documentaristi europei viventi, la cui arte cinematografica ha sempre avuto come leit-motiv il nostro Sud, specialmente la Lucania, dal punto di vista antropologico, folcloristico, socioculturale, ha accettato di buon grado il mio invito a rimettere piede a Ruvo del Monte, dopo 53 anni dall’aver girato il cortometraggio richiamato nell’incipit, per fare un tuffo nel passato. Sicché, con l’aiuto logistico di Domenico Grieco, partendo da Pierno, dove, sempre nel 1965, aveva girato il docu-film “La Madonna di Pierno”, sono riuscito a condurre il grande maestro, (vincitore, tra l’altro, del “Nastro d’argento” alla Biennale di Venezia, nel 1975), in primis al vecchio convento cinquecentesco, ancora in attesa di ricostruzione, quindi alla chiesa diroccata dell’Annunziata, alla restaurata Torre Angioina e, dulcis in fundo, al “Museo parrocchiale di arte sacra e contadina e della memoria storica ruvese”. Qui, grazie all’aiuto di alcuni “Volontari per la cultura” e alla Pro Loco, rappresentata dal geom. Piero Mira, è stato finalmente possibile consentire l’accesso in sicurezza allo straordinario ospite, purtroppo non più autonomo nei movimenti del corpo, ma per fortuna ancora molto plastico in quelli della mente, accompagnato da sua moglie Lidiya, dalla prof. ssa Adriana Domenici e dallo chauffeur personale Ciprian. Grande è stato Il loro stupore al cospetto di tutti i reperti grandi e piccoli esposti, raccolti negli anni da don Gerardo Gugliotta, a cominciare dallo scheletro rannicchiato nella teca, del V sec. a. C, passando per le statue di santi, gli attrezzi del contadino, del sellaio, del fabbro etc. fino alle bobine del cinematografo, ai paramenti sacri etc. Di particolare attrazione: il salone del barbiere, fedelmente attrezzato con l’utensileria autentica dell’epoca, intorno alla tipica poltrona, vestigia care al grande regista che, nel 1965, aveva fissato sulla celluloide mentre intervistava mastro Minicuccio Grieco. Notevole interesse hanno ovviamente suscitato le icone bizantine, che resteranno in mostra fino al 26 agosto prossimo. Ma il catalogo dell’offerta museale non finisce qui. Infatti, oltre all’interessante presepe storico-geografico permanente, grande ammirazione ha riscosso anche la “stanza Levi”, ossia la casa monolocale, polifunzionale, del contadino di una volta, allo stesso tempo: salotto, cucina, camera da letto, bagno, con diverse culle per la prole: era l’epoca del baby-boom! Insomma, il ricco tempio delle muse situato in via Francesco Crispi, riallestito da Domenico Grieco, che ne è anche il responsabile dal 2016, offre reperti per tutti i gusti che, come ha scritto nel registro delle presenze, il presidente della Lucana Film Commission, suscitano “emozioni e ricordi”. Emozioni e ricordi che sono anche nostri e che consiglio di condividere visitando il museo, aperto tutti i giorni dalle ore 17:00 alle 20:00.

prof. Domenico Calderone

 

1 commento

  1. Giuseppe Giannini

    Colgo l’occasione per alcune riflessioni.
    La visita di una personalità così importante oltre ad essere giusto motivo di celebrazione dovrebbe muovere le coscienze.
    Il regista Di Gianni, soprattutto con il suo lavoro di documentarista, ha rappresentato il mondo antico, semplice e povero del meridione.La civiltà contadina di un tempo, con i suoi mestieri artigianali accompagnati da riti e “magie” per alleviare la fatica e per esorcizzare quella fatale subalternità, come simboli non di un disegno divino ma come conseguenze di precise scelte economico-politiche.
    In quel mondo, sacro e profano convivevano nel segno della complementarietà, come sintomo dell’appartenenza.
    Purtroppo, quel modo di stare insieme è svanito, travolto dalla omologazione che la cd. società dei consumi ha prodotto dal dopoguerra in poi, determinando un appiattimento verso il basso, soprattutto in quei luoghi scevri di un qualsivoglia substrato culturale o di focolai di resistenza.
    Per converso, se allarghiamo il nostro sguardo verso realtà più ampie, un fenomeno nuovo e preoccupante si è impossessato negli ultimi decenni della scena mediatica:l’idea di comunitarismo.
    E’ paradossale notare come in determinate zone, che da un punto di vista storico, sociale e geografico dovrebbero essere contigue, stanno riemergendo in maniera ambigua degli identitarismi, che invece di rinvigorire l’idea stessa di comunità, creano steccati, fratture e muri.
    E’ un’ondata pericolosa perchè non favorisce la convivialità, non stimola lo stare insieme ed elimina la solidarietà. Anzi, spesso diventa fautrice di risentimenti e intolleranze, sino a sfociare nelle sue varianti più deleterie in veri e propri episodi di razzismo.
    Così, per ritornare a quelle piccole realtà, abilmente e amorevolmente raccontate dal nostro regista, l’aspetto della tradizione che sopravvive è solo quello legato all’esteriorità degli eventi, il folclore come gusto dell’esotico, l’esaltazione delle proprie origini in chiave narcisistica e non dialettica.
    Penso che sia importante cogliere l’opportunità che questa visita offre a tutti noi, che è soprattutto quella di riconoscersi nelle proprie origini e differenze (che non sono mai un fatto puramente etnico) per aprirsi agli altri e per combattere i fondamentalismi imperanti in questi tempi: l’ideologia del mercato e i local-sovranismi.

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