Quando il voyeurismo processuale è anche televisivo: la spettacolarizzazione del triste caso giudiziario di Garlasco

Da qualche lustro, assistiamo ad un sempre maggiore imbarbarimento dei palinsesti televisivi sia pubblici che privati. In questi programmi, infatti, come per magia, sempre più frequentemente, si assiste a performances discutibili di ultracrepidari  che credono e fanno sembrare di essere criminologi, avvocati, giudici, investigatori, periti forensi, antropologi etc. Alcuni anni fa, Bruno Vespa, per le sue elucubrazioni a “Porta a Porta”, fece costruire persino un modello plastico della villetta di Montroz, frazione di Cogne, in Valle d’Aosta, dove nel 2002 era stato ucciso dalla madre, Annamaria Franzoni (condannata in Cassazione a 16 anni di carcere, poi ridotti a 13 per indulto, a 10 per buona condotta, quindi a soli 6, più 5 ai domiciliari!), il piccolo Samuele Lorenzi, di soli tre anni.

Adesso, tutti i casi di cronaca nera, sul modello americano alla Perry Mason vengono analizzati al microscopio televisivo pubblico o privato, violando sistematicamente il segreto istruttorio. Ma il momento topico, quasi sincronico tra le televisioni, si raggiunge con Garlasco: toponimo pavese indissolubilmente legato alla povera ragazza Chiara Poggi, 26enne, uccisa barbaramente, nel 2007, in casa sua (dal fidanzato Alberto Stasi, che è in galera, condannato a 16 anni), il cui nome è sulla bocca di tutti, senza un minuto di requie, né rispetto per la sua memoria. E’ un accanimento continuo ed insopportabile, suscettibile di peggioramento, visto l’interesse crescente con cui gli approfondimenti di questa tipologia, rinfocolando i sospetti mediatici riescono a polarizzare l’attenzione di una buona fetta dello “Share” televisivo, diventato l’unica ragione di esistenza di certe  emittenti televisive di scarsa qualità intrinseca ed estrinseca. Cosicché, assistiamo alla moltiplicazione di programmi dedicati al voyeurismo “macabro” mattutino, pomeridiano, serale e notturno, tra cui spiccano “Storie italiane”,  “La vita in diretta” e “Porta a Porta” su RAI 1; “Ore 14” su RAI 2, “Verità nascoste” e “Quarto Grado” su RETE 4 (qui si raggiunge il parossismo).

Poi, come se non bastasse, ci sono i telegiornali, che seguono i fatti di sangue step by step, ovvero minuto per minuto,  come alla radio o in streaming per le partite di calcio o altri eventi sportivi. Insomma, gli studi televisivi hanno perduto la loro funzione naturale e si sono trasformati di volta in volta in: laboratori di genetica forense, in cui si analizzano le tracce ematiche delle vittime uccise e il DNA e le impronte di mani e piedi degli accusati/imputati; tribunali dove gli avvocati, sulla carta antagonisti, convinti Carnelutti, sapendo di essere ripresi dalle telecamere, danno luogo a delle vere e proprie “baruffe chiozzotte” a beneficio dei telespettatori beoti che, addirittura, si suddividono in fazioni tifanti da Arena o Colosseo. E siccome non c’è limite al peggio, ora ci si mettono anche i conduttori a parteggiare a favore di chi sbraita più forte, quantunque a vanvera, esacerbando di fatto il clima tra i contendenti e quello generale di chi assiste impotente a tali spettacoli inverecondi. Questi giornalisti diventati superfamosi, in obbedienza alla legge dell’Audience, da un po’ di tempo s’inventano pure dei falsi scoops,  per attirare un numero sempre maggiore di telespettatori: è una sorta di “phishing” tra le Reti: qui il doppio senso è obbligatorio.

Dulcis in fundo, qualche tempo fa, nel programma di Gianluigi Nuzzi, su Rete 4, si è assistito persino ad un alterco violento tra l’emergente avvocato Fabrizio Gallo, difensore dell’ex avvocato di Andrea Sempio (su cui, nel 2025 la Procura ha ripreso le indagini) Massimo Lovati e il famoso generale Luciano Garofano, ex comandante del benemerito e rinomato corpo dei RIS dei Carabinieri di Parma, dove è mancato solo, per l’appunto, l’intervento dei Carabinieri, a sedare gli animi esagitati, specie del giurista. In conclusione, abbiamo l’ardire di auspicare la chiusura di questi programmi diseducativi da corrida, dove mancano solo le belve feroci contro cui dover combattere (e morire) per trastullare gli spettatori festanti. E con la speranza che il trend s’inverta, non ci resta che invocare un maggiore rispetto per la memoria e le famiglie di chi non c’è più e non può difendersi dalle infami illazioni sui motivi abietti della propria tragica fine. L’imperativo categorico non può essere che: basta con l’inarrestabile, abominevole mattanza, e parce sepulto a tutte le donne uccise da uomini  criminali e crudeli, travisati da finti mariti, compagni, partners o semplici amanti!

Prof. Domenico Calderone

1 comments

  1. Dr. Giuseppe Giannini

    Il livello civile di un Paese si misura anche dagli interessi della sua popolazione. Circa trent’anni fa i palinsesti tv, dai tg ai programmi del primo pomeriggio, sono stati ridisegnati sulla macabra spettacolarizzazione del dolore. Tutti esperti ed opinionisti. Il processo mediatico che attira l’attenzione degli utenti rendendoli partecipi di un accanimento irrispettoso. Si chiama opera di distrazione di massa. Tutto diventa funzionale ad allontanare i cittadini dalla presa di coscienza della propria condizione sociale, per proiettarli in una realta altra, quella dello schermo, dove basta apparire, ma dove vengono meno il senso del pudore, il rispetto, la sobrietà, le competenze. Se le telenovelas avevano americanizzato i costumi, sdoganando il tradimento, successivamente, programmi come “Non è la rai”, “Uomini e donne” ” Grande fratello” et similia”, i quiz demenziali, fino agli insopportabili talk incentrati sui fatti di cronaca hanno trasformato antropologicamente la collettività. E l’odio onnipresente sulla rete è figlio di questa involuzione culturale.

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