La recente notizia apparsa su tutti i quotidiani telematici locali, circa la lettera che avrebbe scritto la bambina L. C., di Potenza, al Capo dello Stato Sergio Mattarella, ci dà lo spunto per fare alcune considerazioni sociopedagogiche ad adiuvandum. Ma partiamo ab ovo, cioè dalla missiva. << Salve, caro Presidente Mattarella. Mi chiamo L. C., ho 8 anni e mezzo e frequento la terza elementare. Mi rivolgo a lei perché so che è molto attento ai diritti dei bambini. Io sento che i miei diritti non sono rispettati, in particolare il Diritto all’Istruzione. A scuola mi annoio da morire, perché ripetiamo sempre tutto, e poi, sono cose che io conoscevo già dall’asilo! Non voglio ripetere, a scuola non imparo nulla!>> aggiungendo poi: << A scuola non imparo nulla, ma neanche una cosa microscopica! Io non vedo l’ora di tornare a casa perché lì, quando faccio le domande oppure correggo, mamma e papà non mi rispondono “non è il tuo turno, stai zitta!” >>.
Preso per genuino questo “cahier des doléances”, tranchant, rivestiamo i panni del docente, per precisare che esso è tenuto in primis al rispetto dei programmi ministeriali, al fine di raggiungere gli obiettivi minimi previsti nel POF (Piano di offerta formativa). La libertà d’insegnamento non può prescindere da tale finalità e nessuno può interferire nell’azione didattica del docente, il quale è l’unico responsabile del proprio modus operandi, anche se, purtroppo, i famosi/famigerati “Decreti delegati” del 1977 hanno indebolito, anziché rafforzare l’autorevolezza ed il prestigio della figura del docente nella Scuola dell’obbligo, faticosamente istituita. La “secondarizzazione” della Scuola Primaria (ex Elementare), attraverso
l’organizzazione modulare per ambiti disciplinari, ha poi portato ad un innegabile miglioramento qualitativo sul piano dell’offerta formativa, non più affidata al maestro unico, tuttologo e, secondo i casi, croce o delizia dei poveri scolari di una volta (come descritto nei racconti “La fuga di Nico” e “La coccarda” nella silloge di racconti “Per aspera ad astra. Quando la memoria è un valore”, edizioni Montag, ad opera dell’alter ego dell’articolista), vittime del suo umore, a volte della sua impreparazione e spesso del suo classismo.
Poi, ad interrompere questo dispotismo “didattico” esercitato con la bacchetta, che durava per tutto il ciclo delle Elementari (5 anni), è intervenuta l’istituzione dell’équipe pedagogica, articolata per ambiti disciplinari affidati a docenti specializzati, similmente alla scuola secondaria di 1° grado, a tutto vantaggio dell’offerta formativa, non più limitata ai livelli essenziali delle prestazioni: leggere, scrivere e far di conto. E pensare che il primo obbligo d’istruzione pubblica nasce nel lontano 1859 con la famosa legge Casati, che obbligava a frequentare solo la 1^ e la 2^ classe (1°ciclo) della Scuola Elementare. Poi, attraverso varie riforme, l’obbligo scolastico è stato innalzato fino a 10 anni (legge 296/2006) e 16 anni di età. Contestualmente, sono state introdotte l’Informatica e la Lingua straniera (L2, di solito, inglese), per tenere agganciata la Scuola alla modernità, e difendere gli alunni dalle insidie e dai pericoli nascosti nel WEB. L’ampliamento del cosiddetto POF è stato possibile grazie anche alla legge n. 341 del 1990, che ha istituito la laurea in “Scienze della Formazione Primaria”, per insegnare sia nella “Scuola dell’Infanzia” che nella “Scuola Primaria” . Come si vede, di strada ne ha fatta tanta il nostro sistema educativo nazionale, se analizziamo il presente alla luce del passato, senza dimenticare l’opera meritoria della RAI con i suoi corsi di alfabetizzazione/acculturazione televisivi e di alcuni preti illuminati come don Lorenzo Milani, di cui si consiglia la lettura del libro “Lettera ad una professoressa”.
In ultima analisi, la Scuola pubblica, gratuita erga omnes, è stata una conquista ottenuta step by step, non una concessione divina; e bisogna fare ogni sforzo per conservarla, rafforzarla e migliorarla, non per demolirla, favorendo così le agenzie educative private, che non essendo quasi mai alla portata di tutti i portafogli, finiscono per risultare esclusive, anziché inclusive, con gravi ripercussioni sul piano socioeducativo collettivo. E’ paradossale, ora, ma forse no, che oltre all’insegnante di sostegno per alunni disabili, o con BES, ora si chieda anche quello per i soggetti “plusdotati” << che, ancora oggi, vedono negato il diritto a un’istruzione realmente inclusiva, capace di valorizzare le potenzialità di ciascuno (…)>>. E pensare che spesso, nei decenni, ed anche in epoca recente, educatori della prima infanzia americani sono venuti in Italia (Emilia Romagna) per carpire i segreti alla base del successo del nostro sistema scolastico pubblico! I gifted children, precoci in tutto ed in aumento grazie alle sollecitazioni tecnopsicologiche della società contemporanea, che hanno accorciato la distanza tra i quattro stadi evolutivi teorizzati da J. Piaget, non sono un problema per nessuno degli attori coinvolti in questa querelle, perché, come dicevano gli antichi Latini: melius abundare quam deficere. Quindi, ai genitori di L. C. che hanno questa fortuna, diciamo: continuate pure a seguire e stimolare la vostra bambina; ai docenti del team pedagogico, invece, per evitare, che la bambina si annoi tanto da “non vedere l’ora di tornare a casa (…)”, consigliamo, tra le altre tecniche educative, di rispolverare e aggiornare il vecchio, sempre valido “Metodo Lancaster”, detto anche di mutuo insegnamento. Con un PEI ad personam e l’interazione solidale, l’alunna tornerà protagonista attiva e sarà fiera di aiutare i compagni “minusdotati”, i quali ringrazieranno, felici e contenti. Ps: attenzione nell’enfatizzare i tests per misurare il QI, perché da tempo si parla di “Multiple Intelligences” (Howard Gardner) che ne mettono in discussione la piena attendibilità, in quanto il cervello umano è estremamente complesso e non si lascia valutare dalle formule: Albert Einstein, un “late talker”, valutato postumo circa 159,5, ha cominciato a parlare ad oltre 3 anni, era dislessico e da studente dicevano che fosse scarso in materie umanistiche (compreso il francese) e Biologia!
Prof. Domenico Calderone


Dr. Giuseppe Giannini
La scuola è lo specchio della società contemporanea in via di dissoluzione. Essa sconta un riformismo inadeguato, ma risente, soprattutto, dei tempi virtuali dove i soggetti, di qualsiasi età, sono perfettamente alienati. I genitori assenti che, sin dall’età dell’infanzia, invece di seguire e stimolare i figli li anestetizzano con i cellulari e le diavolerie tecnologiche. E questo si ripercuote nel percorso di crescita ed educativo. Nelle relazioni e nella socialità, che sono un lontano ricordo per tutti, soppiantate da deficit attenzionali e ricerca spasmodica di nuovi contenuti in grado di placare l’ansia generata dal totalitarismo digitale. Per cui, se la bambina si annoia, magari può essere dovuto a questo. Nella scuola, come negli ambienti di lavoro, bisognerebbe recuperare un po’ di rigore, che non deve essere disciplina, andando oltre il dogma del tempo predeterminato (l’ora piena di lavoro o di lezione), ma, nella sua flessibilità (più pause) tempo concreto di apprendimento ed attività. Le istituzioni fingono di non capire. Ricorriamo agli psicologi, inventiamo categorie come il bullismo, ma non ci rendiamo conto che è una questione di ruoli e responsabilità. Quando i genitori, gli educatori o i datori di lavoro mancano di autorevolezza, i discenti, non avendo punti di riferimento si sentono legittimati ad osare. Così, i minori escono di casa a qualsiasi ora, si danno appuntamento per le risse ed accoltellano. Dinnanzi ad episodi di cronaca da condannare – il rogo di Crans-Montana, l’ adescamento in rete dei pedofili, ecc. – pochi però evidenziano il lassismo dei genitori. Di questo passo tutto sarà consentito. Ogni cosa alla sua età. Qui invece si è smarrita “l’età della ragione”.
Rosanna Anelli
«Professore Calderone, ho letto con attenzione il suo articolo e desidero condividere alcune riflessioni.
La sua analisi, ricca di riferimenti storici e pedagogici, mostra quanto la scuola italiana abbia camminato, passo dopo passo, verso un’idea sempre più ampia di inclusione. È un percorso che nessuno mette in discussione: la scuola pubblica è una conquista, e va difesa con rigore e responsabilità. Proprio per questo, mi permetto una considerazione. Se è vero, come ricordano gli antichi, melius abundare quam deficere, allora la presenza di una bambina plusdotata non rappresenta un ostacolo, ma un’occasione: un’occasione per arricchire il gruppo, per sperimentare nuove modalità didattiche, per trasformare un talento in una risorsa condivisa. La scuola è forte quando non teme le differenze, ma le accoglie e le valorizza — tutte, senza gerarchie né sospetti. Comprendo bene il richiamo ai programmi ministeriali e agli obiettivi del POF: sono la cornice necessaria. Ma dentro quella cornice, la professionalità dei docenti è anche la capacità di leggere ciò che accade in classe, di modulare, di adattare, di evitare che un vantaggio naturale diventi paradossalmente un limite. Non si tratta di “privilegi”, ma di equità: offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per crescere, senza che nessuno si senta fuori posto, né troppo avanti né troppo indietro. La scuola italiana ha saputo innovare molte volte: ha superato il maestro unico, ha introdotto nuove metodologie, ha aperto le porte alle lingue e all’informatica. Non dovrebbe temere, oggi, di aprirsi anche alla complessità dei talenti precoci, che non sono una minaccia ma una possibilità.
«Credo che su questo, alla fine, si possa essere d’accordo: la scuola è davvero inclusiva quando nessuno deve rallentare per non disturbare e nessuno deve scomparire per non eccedere. È lì che si misura la sua forza: nella capacità di valorizzare ogni differenza, nello sguardo che riconosce, nel passo che non esclude, nel talento che diventa possibilità per tutti.» Anna A.
Danila Marchi
Complimenti al professore che, come sempre, ha saputo cogliere nel segno facendo una decurtazione pedagogica, metodologica.didattica atta ad evidenziare i diversi metodi consoni agli stili diversi di apprendimento di ciascun discente come disparate sono le intelligenze evidenziate da Howard Gardner. Psicologo e docente che ha portato in auge e studiato a fondo le intelligenze multiple e i molteplici differenti approcci alla realtà. Vale a dire che ognuno impara in base al principio di assimilazione e accomodamento di Jean Piaget, ma anche in base alla forma mentis, al tipo di capacità cognitiva e di abilità e competenze che produce. Un bravo insegnante sa andare incontro a tutte le richieste con disponibile generosità e osserva l’allievo, l’allieva mentre apprende e commette i suoi errori. Come diceva John Dewey, per essere un valido insegnante, non basta conoscere Pierino e non basta conoscere la matematica, ma occorre conoscere come Pierino apprende la matematica. In sostanza l’insegnamento è faccenda complessa, di studio, sempre in evoluzione che necessita di conoscenze importanti, in ambito psicologico e pedagogico, oltre che di approfondimenti e aggiornamenti costant e continui delle singole materie, discipline d’insegnamento. I metodi cambiano nome, ma restano fondamentalmente gli stessi, soprattutto se funzionano, come l’insegnamento cooperativo: “cooperative learning”. Il lavoro di sostegno e il tutoraggio tra pari fino ad arrivare alla classe rovesciata in cui gli allievi, a turno, si sostituiscono agli insegnanti e salgono in cattedra a gestire la lezione. Espongono alla classe, una ricerca su un argomento di studio che hanno approfondito. come se fossero loro stessi i docenti e, di fatto lo diventano, in quel momento. Gli alunni della classe poi, interloquiscono con “Il professore” o “la professoressa” ponendo domande o questioni sull’argomento. Insomma, a scuola non ci si annoia mai, ci sono tante tecniche per mantenere alta l’attenzione e, quando cala, si può risollevare variando metodi, contenuti, strategie Si rende necessaria però, anche la ripetizione di certi concetti, come rinforzo e non solo per chi fa difficoltà a comprendere alla prima, alla seconda o anche alla terza spiegazione. L’esercizio, per quanto possa sembrare “ripetitivo e noioso” è necesario alla comprensione perché ogni volta si colgono aspetti più sottili del messaggio. Cito il professore per eccellenza: “Massimo Recalcati” colui che conosciamo tutti per “L’ora di lezione” quella che tutti avremmo voluto fare con lui. Nel suo ultimo libro:”La luce e l’onda” egli paragona il maestro alla luce che illumina, che conduce l’allievo alla conoscenza, ma che non svela tutto. Resta una zona d’ombra che induce la curiosità dello studente, a metterla in luce. Essa è la fonte e l’ispirazione del desiderio della conoscenza. L’onda è la spinta che si dà all’allievo dopo la lezione teorica atta a mettere in pratica ciò che si è appreso affrontando la realtà con le numerose variabili di cui è portatrice. Affrontare l’onda significa personalizzare l’insegnamento del maestro, farlo proprio, sperimentandolo e personalizzandolo secondo le specifiche caratteristiche di ognuno. Resta, più importante di tutte, la forza del desiderio, la passione con cui il maestro insegna, pure “ripetendo gli stessi concetti” che, ogni volta, vengono letti e visti con altri occhi, secondo diversi dettami, sottigliezze di interpretazione, anche dal maestro stesso che le replica e le persegue da una vita in qualità d’insegnante. Per lasciarsi catturare, avvolgere e contaminare dalla forza del desiderio, che è il motore della conoscenza del mondo, bisognerebbe però ardire nell’essere umili verso noi stessi e la nostra conoscenza, nel “sapere di non sapere” (paradosso socratico tramandato da Platone): solo allora arriveremo a conoscere la realtà in modo più completo, più a fondo, aprendoci a nuovi mondi, tutti quelli possibili.