C’è un numero, nell’indagine che l’Istituto Piepoli ha condotto per la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia responsabilità di governo: quasi
sei cittadini su dieci dichiarano di aver rimandato o rinunciato a visite e controlli a causa delle liste d’attesa. Nel Mezzogiorno, quindi anche nelle nostre comunità, la proporzione sale a due persone su tre. Dietro queste percentuali ci sono volti che conosciamo tutti: l’anziano di un piccolo comune che non ha nessuno che lo accompagni fuori regione, la famiglia monoreddito costretta a scegliere tra la visita specialistica e le altre spese del mese, chi rimanda un controllo e intanto spera. Il 41 per cento degli utenti del Servizio sanitario si è rivolto direttamente al privato a pagamento. Significa una cosa sola, e va detta con chiarezza: il reddito è diventato la prima porta d’accesso alle cure. Non lo affermiamo noi, lo raccontano i cittadini interpellati.
Mentre questa è la vita reale delle persone, l’assessore Latronico da un palco romano annuncia il passaggio «dalla sanità di attesa a una sanità di prevenzione» e descrive una Regione che «non aspetta la malattia ma la anticipa». Vorremmo che fosse vero. Ma la prevenzione è un edificio che si costruisce sopra fondamenta solide, e le fondamenta della sanità lucana oggi si chiamano tempi di attesa di mesi, carenza cronica di medici e infermieri, una mobilità passiva che continua a spingere i lucani a curarsi altrove e un disavanzo che pesa su ogni scelta. Non si può parlare di una sanità che anticipa la malattia mentre le persone non trovano risposta per la malattia che hanno già. Prima di predire il futuro, questa Giunta dovrebbe riuscire a garantire il presente.
Ed è proprio sul presente che la maggioranza si smentisce da sola. La delibera di Giunta numero 424 dell’8 luglio stanzia nuove risorse per acquistare prestazioni dalla sanità privata accreditata: circa 820 mila euro per l’Azienda sanitaria di Potenza e 350 mila per quella di Matera sulle strutture convenzionate, più altri 500 mila euro complessivi destinati a strutture accreditate non convenzionate per tredici prestazioni diagnostiche tra quelle con i tempi più lunghi. Peccato che a quella delibera, a oggi, non risultino allegati i documenti operativi: non si conoscono le modalità di attuazione, non si conoscono i criteri di riparto, non si conoscono gli obiettivi quantitativi da raggiungere. Non si conosce nemmeno l’Allegato B, cioè l’elenco delle tredici prestazioni che dovrebbero essere garantite. Si stanziano soldi pubblici senza dire come verranno spesi, per che cosa e con quali risultati attesi.
Per questo chiediamo alla Giunta regionale di conoscere gli obiettivi quantitativi della delibera 424, perché le e i cittadini hanno il diritto di sapere quali prestazioni verranno potenziate, dove e in quali tempi. Chiediamo, poi, una spiegazione rispetto alla scelta di ricorrere anche a strutture non convenzionate.
Riteniamo, infine ma prima di ogni cosa, che ogni euro destinato al privato debba essere accompagnato da un impegno almeno pari sul personale pubblico, sulla cui dedizione oggi si regge il servizio sanitario regionale. D’altronde, l’87 per cento dei cittadini indica come priorità l’assunzione di medici e operatori sanitari e l’84 per cento chiede più investimenti pubblici nella sanità. Le persone non chiedono di essere spostate dal pubblico al privato: chiedono che il pubblico torni a funzionare.
Il Piano regionale della salute 2026-2030 sarà giudicato su questo, non sui convegni: sulla capacità di riportare le lucane e i lucani a curarsi nella propria regione, di ridurre i tempi di attesa in modo verificabile e di restituire alle famiglie la certezza che il diritto alla salute non dipende dal conto in banca.
Alessia Araneo, Viviana Verri
(Consigliere regionali – Movimento 5 Stelle Basilicata)

