La vicenda della casa nel bosco, che ha tenuto occupata per diversi mesi l’opinione pubblica, grazie all’alimentazione mediatica e televisiva, dopo una breve tregua ha improvvisamente ripreso vigore. Ricordiamo le menzogne e le castronerie dette, spesso in antitesi tra loro, da tuttologi laureati all’Università della Beozia. Ma partiamo ab ovo. Mr. Nathan Travaillon (51 anni), inglese, ex cuoco e artigiano, e Catherine Birmingham (45 anni), sua moglie, australiana, pare che abbiano comperato la ormai famosa casa nel bosco nel 2021, ad un prezzo di circa 20000 euro. Di fronte ad essa, sosta una roulotte in funzione di stanzetta per i tre bambini ( due gemelli di 6 anni e una femminuccia di 8 anni). Con loro vive un cavallo purosangue, chiamato Lee, di 28 anni ed un paio di asini. Il bagno è rappresentato da una latrina a secco ubicata in una baracca; niente acqua corrente, né doccia o vasca da bagno, bidet e lavandino. Nessuno della famiglia può bere latte di mucca, né può mangiare carne: solo soia, e frutta e verdura del proprio orto. Si fa largo consumo di tè con porridge ( pappa con farina d’avena). Ai bambini vengono somministrati ad libitum: fiocchi d’avena e Müsli ( mix di fiocchi d’avena e frutta secca). Le proteine, indispensabili per il metabolismo umano, sono di origine rigidamente vegetale:vengono dai legumi. Ovviamente, niente frigorifero, lavatrice, forno elettrico, e tanto meno il televisore, eccezion fatta per due pc, “per studiare”, hanno detto i due coniugi. Per certi versi questa storia sembra ricordare il famoso Robinson Crusoe (di Daniel Defoe) approdato sull’isola sconosciuta, dopo il naufragio. Ma nella fattispecie, non è la Provvidenza che giunge nella funzione di deus ex machina salvifico, bensì la politica, onnipresente per altri scopi.
Cosicché, dopo il ricovero in ospedale, a seguito di intossicazione da funghi velenosi raccolti nel bosco, i servizi sociali in sinergia coi Carabinieri hanno adito la
Magistratura, che, attraverso il Tribunale per i Minorenni de l’Aquila, ha disposto l’affidamento dei tre bambini ad una casa famiglia e la sospensione della patria potestà dei due neorurali per “particolare negligenza genitoriale riguardo all’istruzione e alla vita di relazione dei loro figli (…)”. Ma apriti cielo: la sgarbatella ha subito lanciato il suo “crucifige” al Tribunale, e il ministro “felpato”, che vive costantemente nel mito di Cassandra, si è affannato a dire coram populo: “E’ vergognoso che lo Stato si occupi di entrare nel merito dell’educazione privata, delle scelte di vita personale di due genitori che hanno trovato nell’Italia un Paese ospitale e che invece gli ruba i bambini” (sic!). Insomma, siamo alle solite: la politica s’ingerisce in tutto,
come dicono certi lucani: ”nun lassё cavrorё ra cunzà”; è molto pervasiva ed entra a gamba tesa, quasi sempre difendendo l’indifendibile, come appunto i due coniugi (extracomunitari sì, ma di razza caucasica) che, per dare il consenso alle 10 vaccinazioni, obbligatorie ai sensi della legge 119/2017, dei tre bambini, contro: morbillo, poliomielite, rosolia, difterite, varicella, pertosse, parotite, tetano, epatite B, haemophilus influenzae tipo B, hanno avuto il coraggio di chiedere un indennizzo di 50000 euro pro capite, come se il favore venisse fatto allo Stato italiano (sic!). Abbastanza per infiammare il dibattito pubblico sui social e in televisione, dove all’improvviso tutti erano assurti a grandi giuristi, pedagogisti e psicologi, capaci con le loro fandonie di confondere e dividere l’opinione pubblica in fazioni di dantesca memoria tra chi difendeva la libertà di scelta dei due “flintstones” e chi li considerava dei semplici “irresponsabili o deficienti”.
Ma a nessuno è venuto in mente di considerare la preclusione del futuro socioculturale dei tre piccoli, sottratti illegalmente all’obbligo scolastico (istituito ai sensi dell’art.731 C.P, codice Rocco, del 1938, e inasprito dal Decreto Caivano, L. 159/2023, di questo Governo, che ha introdotto l’art. 570 ter del C.P che recita: “Chi non iscrive o non garantisce la frequenza della Scuola dell’obbligo ai figli, dai 6 ai 16 anni, rischia fino a due anni di reclusione, per dispersione assoluta, o un anno per abbandono scolastico) ed affidati ad una fasulla home schooling, o educazione parentale, impartita dai due stessi genitori, che però non hanno alcuna competenza nella nostra lingua, e sono classificabili beginners assoluti. Giusto è il provvidenziale intervento della Magistratura, che ha posto fine, nonostante le strumentalizzazioni politiche, ai capricci della bizzarra coppia anglo-australiana, la quale dovrebbe imparare che la Didattica è una cosa seria, non improvvisabile; impraticabile senza un preventivo esame di idoneità e in condizione di eremitaggio. E come dicevano i Latini: dura lex sed lex; va accettata obtorto collo, specie quando è in gioco il futuro di minori come quelli di cui trattasi, di cui proprio in queste ore, nonostante le minacce ricevute da haters sconosciuti, il Tribunale dei Minori ha disposto un nuovo trasferimento in altra casa-famiglia, a causa delle intemperanze della signora Birmingham che, secondo i giudici: “(…) è una presenza negativa, in quanto riottosa alle regole e istigatrice dei tre figli contro chi è deputato alla loro custodia”. In questa storia, che in alcuni punti sembra ripercorrere anche il capolavoro “Padre padrone” di Gavino Ledda, troviamo tutto e il contrario di tutto: un’anarchia genitoriale e il potere esecutivo che inasprisce, a ragione, la vecchia legge già in vigore, obiettivamente troppo blanda, salvo poi rinnegarla a favore di un’opinione pubblica inconsapevole, spaccata e suggestionata dalla propaganda plagiante. Sì, in Italia, il referendum tra Guelfi e Ghibellini esiste sempre, e la gente, stremata dall’infodemia malsana, falsa e tendenziosa, vive suo malgrado in una costante fase di non compos mentis, che gli americani, veri intenditori, avendo a che fare con Trump, definiscono, più scientificamente: “Burnout Syndrome”. E se lo dicono loro, che ne hanno contezza, c’è da preoccuparsi seriamente!
Prof. Domenico Calderone


Dr. Giuseppe Giannini
Il caso di questa famiglia dovrebbe interrogare la società nel suo complesso, per capire cosa funziona e cosa invece si può migliorare. Invece, è diventato materiale su cui discutere e speculare, prendendo posizioni pregiudiziali, che allontanano dalla comprensione. Qui non è in questione la libertà di scelta, il vivere in autonomia al di fuori dell’alienazione consumistica, o l’educazione parentale. Piuttosto vengono in rilievo aspetti, evidenziati dagli operatori sociali (si può discutere sul business legato agli assistenti sociali, che già in passato hanno abusato del loro ruolo) e della giustizia, che sacrificando i minori, ne mettono a rischio l’apprendimento psico-fisico. I minori, proprio perché tali, hanno bisogno di esempi virtuosi e di guide. Il vivere “isolati”, in questo caso, appare un’imposizione calata dall’alto. Un atteggiamento egoistico da parte di genitori, che hanno fatto il loro percorso e poi deciso di cambiare, ma che dovrebbero capire che i loro figli al momento non hanno capacità di discernimento. Hanno, piuttosto, la necessità di conoscere la vita, ciò che li circonda e, in questo processo di crescita e confronto, nel bene (quello che rimane di autentico nelle comunità) e nel male (la virtualizzazione delle esistenze), avere delle opzioni. Ci mancavano le solite intromissioni della destra reazionaria, per la quale ogni occasione è buona pur di attaccare la Magistratura, senza distinguo. Le sentenze si possono criticare ma vanno rispettate. Ricordiamo a miss Sgarbatella che l’ opinabile decreto Caivano, che mira a sanzionare casi di trascuratezza ed abbandono dei minori, è frutto del suo sacco. Quindi, prima di attaccare volgarmente (come è nel suo stile) i giudici, dovrebbe prendersela con se stessa per aver partorito un provvedimento che contraddice le sue sconclusionate affermazioni.
Rosanna
Oltre il bosco: uno sguardo umano su una vicenda che divide
A Palmoli, in provincia di Chieti, vive una coppia con tre figli che i media hanno ribattezzato “la famiglia nel bosco”. Un nome che nelle fiabe evoca quasi sempre qualcosa di misterioso o di pauroso. Diversamente, qui, la paura sembra essere soprattutto quella dei bambini allontanati dai genitori.
La vicenda coinvolge il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e, da quando è emersa, ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e della politica. Soprattutto dei Politici della Politica (perdonatemi la ridondanza), che si sono espressi così:
Soprattutto dei Politici della Politica (perdonatemi la ridondanza), che si sono espressi così:
• Montanari: «La destra sta con l’autorità, la sinistra coi diritti».
• Telese contro Ponzani: «Perché devi prenderli in giro? È irriguardoso».
• Gramellini: «Mi colpisce la sinistra: mi aspettavo più simpatia per questa scelta anticapitalista. Sinistra, destra… ma stiamo parlando di punti cardinali o di persone umane?»
Nel frattempo, alla famiglia è stata tolta la patria potestà appellandosi al cosiddetto Decreto Caivano, che introduce misure severe contro la povertà educativa, l’elusione scolastica e la criminalità minorile. Il decreto prevede, tra l’altro:
• la revoca della responsabilità genitoriale in caso di reati gravi commessi dai minori;
• sanzioni fino a due anni di reclusione per abbandono scolastico;
• la possibile revoca dell’assegno di inclusione.
Ma siamo sicuri che questo impianto normativo riguardi davvero la situazione di questa coppia? A me viene spontaneo chiedermi: perché lo Stato, in altri casi, resta indifferente?
Ogni giorno le cronache raccontano episodi sempre più frequenti di baby gang, atti di vandalismo,
aggressioni, reati commessi da ragazzi spesso lasciati soli, senza guida e senza scuola. Eppure, lì l’intervento appare spesso tardivo o incerto.
Viviamo in una società che esalta forza, successo facile e visibilità a tutti i costi. Siamo diventati una generazione “social”: dalle nascite agli annunci necrologici, tutto passa attraverso uno schermo. aggressioni, reati commessi da ragazzi spesso lasciati soli, senza guida e senza scuola. Eppure, lì l’intervento appare spesso tardivo o incerto.
A Palmoli, in provincia di Chieti, vive una coppia con tre figli che i media hanno ribattezzato “la famiglia nel bosco”. Un nome che nelle fiabe evoca quasi sempre qualcosa di misterioso o di pauroso. Diversamente, qui, la paura sembra essere soprattutto quella dei bambini allontanati dai genitori.
La vicenda coinvolge il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e, da quando è emersa, ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e della politica. Soprattutto dei Politici della Politica (perdonatemi la ridondanza), che si sono espressi così:
• Montanari: «La destra sta con l’autorità, la sinistra coi diritti».
• Telese contro Ponzani: «Perché devi prenderli in giro? È irriguardoso».
• Gramellini: «Mi colpisce la sinistra: mi aspettavo più simpatia per questa scelta anticapitalista. Sinistra, destra… ma stiamo parlando di punti cardinali o di persone umane?»
Nel frattempo, alla famiglia è stata tolta la patria potestà appellandosi al cosiddetto Decreto Caivano, che introduce misure severe contro la povertà educativa, l’elusione scolastica e la criminalità minorile. Il decreto prevede, tra l’altro:
• la revoca della responsabilità genitoriale in caso di reati gravi commessi dai minori;
• sanzioni fino a due anni di reclusione per abbandono scolastico;
• la possibile revoca dell’assegno di inclusione.
Ma siamo sicuri che questo impianto normativo riguardi davvero la situazione di questa coppia? A me viene spontaneo chiedermi: perché lo Stato, in altri casi, resta indifferente?
Ogni giorno le cronache raccontano episodi sempre più frequenti di baby gang, atti di vandalismo, aggressioni, reati commessi da ragazzi spesso lasciati soli, senza guida e senza scuola. Eppure, lì l’intervento appare spesso tardivo o incerto.
Viviamo in una società che esalta forza, successo facile e visibilità a tutti i costi. Siamo diventati una generazione “social”: dalle nascite agli annunci necrologici, tutto passa attraverso uno schermo, tra tablet, smartphone, intelligenze artificiali, domotica e mille dispositivi. E poi pretendiamo di costruire un modello unico e valido per tutti, anche nei confronti di chi vive nel bosco, accarezza gli animali, riconosce le piante e perfino le costellazioni.
Basta guardarci intorno: nelle sale d’attesa, nei bar, nelle strade… siamo tutti piegati sui telefoni, incapaci di parlare con chi ci siede accanto. E quando un ministro ipotizza di limitarne l’uso, si scatena il finimondo. E allora mi chiedo: davvero la giustizia toglie i figli perché invece di stare tutto il giorno sui social stanno con gli animali?
La storia di questa famiglia è complessa e tocca corde molto delicate, soprattutto perché riguarda tre bambini. Per questo credo sia importante parlarne con attenzione e misura, evitando di trasformare una vicenda reale in un racconto troppo rigido o unidirezionale. Le scelte dei genitori possono certamente essere discusse, così come l’intervento delle istituzioni, ma penso che il confronto sia più utile quando riesce a mantenere uno sguardo rispettoso verso tutte le persone coinvolte.
Non so come andrà a finire questa vicenda. Io, di certo, la guardo con occhi diversi: più umani, più attenti alla realtà concreta delle famiglie e ai diritti dei bambini. Forse, più che dividerci in schieramenti, dovremmo chiederci come garantire ai piccoli ciò che davvero conta: la possibilità di crescere, conoscere, studiare e scegliere un giorno la propria strada. È da questo che si misura una comunità: dalla cura che sa offrire ai più fragili, non dalla durezza dei giudizi.
Ogni bambino è un domani che ci guarda.
Rosanna