Crans-Montana. Da Guglielmo Tell e Dȕrrenmatt a Jacques  Moretti, ovvero  dal mito allo stigma dell’ex Paese della precisione

Quando ero bambino, sentivo spesso gli adulti magnificare un certo Paese per la puntualità dei treni, per la precisione dei suoi orologi e la bontà del suo cioccolato: peculiarità non disgiunte dal controllo sociale, per cui, se buttavi una cicca di sigaretta per strada, venivi immediatamente raggiunto e sanzionato a dovere. Tale luogo idilliaco era, manco a dirlo, la vicina Svizzera. Cresciuto, venni poi  a sapere di Guglielmo Tell, il famoso eroe, difensore dell’indipendenza elvetica, che, per salvarsi dalla condanna a morte, emessa  dagli occupanti austriaci, fu costretto a scagliare una freccia contro una mela posta sul capo del figlio, ma pur avendo superato la prova, fu ugualmente imprigionato, dopodiché, appena riuscito a fuggire, uccise il comandante austriaco Gessler. F. Schiller, nel 1804, scrisse il libretto della famosa opera lirica omonima, musicata da Gioacchino Rossini. Fin qui il mito. Il 1° gennaio 2026, invece, segna la data d’inizio dello stigma: la strage di Crans-Montana.

Alle ore 1:26 di Capodanno, durante i festeggiamenti per l’inizio del nuovo anno,  a causa degli effetti della polvere pirica, mista a polvere metallica, contenute in particolari bottiglie scintillanti dirette verso i pannelli acustici, in schiuma infiammabile, del soffitto del Lounge-Wine bar “Le Constellation”, scoppia un incendio di vaste dimensioni che, a causa del tipico flash over  avvolge ogni cosa, compresi e soprattutto i 400 giovani avventori ( chiaro overbooking, rispetto alla capienza massima). Le conseguenze sono un bollettino di guerra: 115 ustionati gravi, tutti ricoverati in ospedali specializzati, tra cui il Niguarda  di Milano,  41 morti carbonizzati, in massima parte minorenni dai 15 ai 16 anni, tra cui 6 ragazzi italiani. E la cosa sorprendente  è che tale locale, manifestamente inidoneo a questo tipo di eventi, in quanto completamente fuori norma, non subiva ispezioni dal 2019, né dal Comune, né dagli altri organi di controllo in materia di sicurezza (sic!). Inoltre, non vi era neppure un estintore, e l’unica porta d’ingresso/uscita, situata in cima ad una scalinata, che era stata rimpicciolita per aumentare lo spazio fruibile dagli avventori, era stata sbarrata. Insomma siamo di fronte ad atti criminali contrari a qualsiasi norma e principio etico-morale, negligendo quello che una volta si chiamava karma (rapporto di causa-effetto) ed oggi, più prosaicamente, si chiama arricchimento selvaggio tout court.

Sì, i coniugi Moretti, che, nonostante i 10 esercizi posseduti, avevano sul conto corrente solo 493 franchi svizzeri, grazie alle connivenze coi vari settori sia pubblici che privati, hanno fatto quello che hanno voluto, impunemente, pur essendo il loro wine bar nel Cantone Vallese, non in una regione malavitosa italiana. Da pochi giorni, Jacques Moretti è a piede libero, con solo l’obbligo di firma, grazie alla cauzione di 200000 fr. pagata  da un suo  “Mecenate” misterioso a cui tutti i media, anche italiani, danno la caccia. La moglie Jessica è agli arresti domiciliari, in quanto madre di un bambino piccolo. Il Governo italiano è insorto contro la lentezza e il modus operandi della Giustizia elvetica, che ha fermato J. Moretti dopo ben  9  giorni dalla strage degli innocenti, consentendogli così di occultare le prove più schiaccianti a suo carico e di sua moglie. A tale proposito, il volgo dalla memoria buona ha commentato: “(…) da quale pulpito viene la predica!” E come dice il proverbio: chi muore giace, e chi resta non si dà  pace. Come i genitori di questi ragazzi sventurati, che ora, ovviamente, piangono,anche davanti alle telecamere, ed è umanamente comprensibile; ma quando hanno consentito ai loro figli di oltrepassare la frontiera, non hanno pensato che i loro ragazzi non andavano a fare un pic nic dei boyscout, né al luna park, bensì ad un rifugium  peccatorum estero  dove si somministravano costosi alcolici e superalcolici, prima, durante e dopo il ballo, o meglio, lo sballo, creato insieme a sostanze dette “psicotrope”? Che fine hanno fatto l’educazione e l’autorità genitoriale? E’ mai possibile che, nell’epoca  della baumaniana società liquida (governata dall’immancabile, pervasivo algoritmo, che ha fatto saltare anche la teoria degli stadi evolutivi del fanciullo, teorizzata da J. Piaget), ai figli  si debba dire sempre di sì (altrimenti fuggono di casa), come se fossero (conio di Paolo Crepet) dei piccoli Budda? Basta con questo lassismo!

Pro memoria: Il 31 ottobre 2015, a Bucarest, nel night club Colective, durante un concerto rock, era già successo un fatto analogo a quello di Crans-Montana e ci furono 64 morti e 154 feriti. Molti indagati furono mandati in galera e a causa di ciò cadde il Governo. Mutatis mutandis, il 31 ottobre 2018, poco prima dello show del cantante Sfera Ebbasta, un giovane saturò l’aria all’interno di una discoteca di Corinaldo, spruzzando spray al peperoncino per derubare gli astanti: nella ressa in cerca dell’uscita ci furono 6 morti e 59 feriti. Le indagini sono ancora in corso, per trovare tutti i colpevoli. Ma nessuno, a cominciare da chi esercita la  potestà genitoriale, o di altro tipo, ha imparato niente, a quanto sembra!

Prof. Domenico  Calderone

5 comments

  1. Dr. Giuseppe Giannini

    Riflessioni opportune da parte del professor Calderone. Dalle quali si evincono vari elementi. Innanzitutto, la Svizzera non è più quella di una volta. Se in passato vi erano delle regole non scritte, che attenevano al buon vivere in società, ma permaneva comunque l’immagine di uno Stato elitario, ad esempio per quanto riguarda il trasferimento dei capitali (il segreto bancario), negli ultimi decenni la deregolamentazione dei mercati ha impattato anche sui comportamenti individuali. Tutto è, in qualche maniera, fuori regola. E tutto è consentito in una società in corso di liquefazione. Così, il fare impresa è sinonimo di arricchimento sopra ogni cosa. E le persone ne diventano strumento. Venendo meno il ruolo del pubblico, che non è più in grado di assicurare la coabitazione delle attività economiche con i diritti sociali dei cittadini, sacrificando spesso questi ultimi (il lavoro, l’ambiente, la salute, le responsabilità), e venuta a mancare anche l’autorevolezza dei genitori. Da troppo tempo è assente una visione matura negli educatori. Capace di indicare la strada e fare crescere in maniera sana i ragazzi. Il lassismo deresponsabilizzante è la causa principale di questa deriva sociale, dalla quale, purtroppo, fuoriescono queste tragedie.

  2. Danila Marchi

    Condivido appieno la lettura del professore per quanto attiene la parte relativa alla Svizzera, alle considerazioni reali o alle credenze presunte, forse luoghi comuni che hanno portato a generalizzazioni al riguardo di un contesto sociale da sempre creduto preciso e perfetto. Dissento però dalle critiche, dalle colpe e dal giudizio di lassismo genitoriale almeno per questa terribile tragedia. Come si può pensare, anche solo immaginare che “lasciando andare” i propri figli in un locale pubblico proprio nella sovrastimata Svizzera per le capacità di creare e mantenere l’ordine in maniera puntuale, precisa e rigorosa, si rischi di incappare in certi individui facinorosi mossi da un’estrema faciloneria e superficialità nel valutare i rischi connessi alle loro azioni. L’uso scriteriato di materioli economici non ignifughi in un locale seminterrato con la rampa delle scale, comu unica via d’uscita, ridotta e con una porta di servizio non adibita a porta di sicurezza, ma chiusa a chiave , chissà poi per quale infausto motivo.Possibile che quei gestori e i controllori della sicurezza siano stati così stolti, storti o sprovveduti e ingenui da aver sottovalutato i rischi connessi al loro agire? Soprattutto poi, essendo avezzi a festeggiamenti di questo tipo con brilli, caschi e scintillii sopraelevati in grado di innescare ciò che di fatto purtroppo è successo? Dove sono finiti i tecnici, gli esperti con i controlli periodici, gli estintori, le prove di evacuazione? Senza parole sono rimaste le persone, senza più lacrime quei genitori che a cuor leggero oppure no, hanno “lasciato andare” i figli credendo che andassero a festeggiare la fine del vecchio anno e l’inizio di quello “nuovo” con un “nuovo” percorso, con ancora tutta la vita davanti a loro. Chi avrebbe potuto ipotizzare una cosa del genere in un locale abilitato, proprio in Svizzera nota per certe peculiarità? Al massimo ci si sarebbe potuti aspettare che un pazzo con un mitra facesse un attentato imprevisto, ma allora per quello non ci sarebbe stato bisogno di andare così lontano, forse sarebbe bastato uscire di casa per una passeggiata intorno al caseggiato e incappare in un malato fuoti di testa o un folle incattivito dall’odio verso l’umanità intera che girava per strada armato brandendo una pistola, un coltello, un accendino e che volesse usare per il piacere sadico di provare l’adrenalina di uccidere il primo malcapitato lungo il suo percorso di morte. La rabbia, il dolore dei genitori di fronte alla morte dei figli è così forte da non trovare eguali e non si può esprimere a parole il senso di impotenza che si percepisce di ifronte all’mprevedibilità ((almeno da parte loro) di certi disgraziati tragici eventi.

  3. Dr. Giuseppe Giannini

    Cara signora Marchi, rispetto il dolore. Tuttavia, quando parlavo di lassismo non mi riferivo di certo alle responsabilità penali in corso di accertamento, e per le quali si sta facendo una inopportuna questione diplomatica. I mancati controlli sull’idoneità dei locali, in Svizzera come altrove (soprattutto in Italia), o su altri aspetti economico-lavorativi sono figli dell’ideologia uniformante, che mette al centro il singolo – la competitività, la prestazione, l’apparire – a discapito della società. I genitori sono responsabili verso i figli minorenni (culpa in educando), e dovrebbero “vigilare” quando escono di casa armati, in orari notturni, o se assumono sostanze, la cui somministrazione dovrebbe essere vietata a quell’età. E qui viene in rilievo l’altro aspetto, tenuto quasi nascosto: qualcuno ha controllato la carta d’identità? Quanti gestori di locali si rifiutano di dare alcolici ai minori? La tragedia è frutto di mancanze, da parte di tutti: delle autorità; dei proprietari dei locali; dei genitori che mandano i figli minori nei posti sbagliati. E poi c’è l’aspetto legato allo status. Parliamo di famiglie benestanti che frequentano posti per ricchi e per le quali si accendono i riflettori. Quando a morire sono persone “normali” non c’è tutto questo accanimento mediatico.

  4. rosanna anelli

    Egregio prof. Calderone, ho letto con molta attenzione il suo articolo, che condivido pienamente nella parte in cui mette in luce la “non più” efficienza svizzera. Ahimè, il tempo ha portato anche lì una certa superficialità, un adeguarsi al ritmo moderno e, forse, a una comodità economica non indifferente. Su questo, nulla da eccepire.
    Tuttavia, mi permetta e qui concordo con quanto scritto da Danila Marchi di spezzare una lancia a favore dei genitori di quei ragazzi. Sono persone che dovranno continuare a vivere con un dolore immane, e con un senso di colpa che, anche se ingiusto, inevitabilmente li accompagnerà. Un “no” detto in quella circostanza, o in altre, forse avrebbe cambiato qualcosa, ma non possiamo ridurre una tragedia di tale portata a un semplice “non hanno detto no”.
    Ricordiamoci che anche noi siamo stati ragazzi, inclini a divertimenti non sempre sicuri, spesso disobbedendo ai nostri stessi genitori. E soprattutto ricordiamoci che nessun padre e nessuna madre può immaginare che un locale disobbedendo ai nostri stessi genitori. E soprattutto ricordiamoci che nessun padre e nessuna madre può immaginare che un locale pubblico in Svizzera, per giunta sia privo di controlli, di estintori, di uscite di sicurezza, di responsabilità istituzionali. Non possiamo chiedere ai genitori di sostituirsi a ciò che spetta alle autorità: verifiche, ispezioni, norme rispettate, limiti di capienza, prevenzione del rischio.
    Attribuire oggi ai genitori una colpa retroattiva significa, a mio avviso, aggiungere dolore al dolore. La genitorialità non è un esercizio di onnipotenza, ma un equilibrio fragile tra fiducia e timore, tra protezione e autonomia. Nessuno cresce un figlio per consegnarlo alla paura.
    La responsabilità quella vera , a mio parere, è un intreccio complesso: riguarda chi gestiva il locale, chi doveva controllarlo, chi ha permesso che diventasse una trappola. Riguarda un sistema che ha fallito, non solo delle famiglie che hanno fatto ciò che fanno tutti i genitori del mondo: fidarsi. Per questo, pur comprendendo le riflessioni sociologiche del dottor Giannini, credo che in questa tragedia il “lassismo genitoriale” non possa essere il fulcro dell’analisi. I genitori non hanno mandato i figli in un luogo clandestino, ma in un locale abilitato, in un Paese ritenuto forse ingenuamente, ma comprensibilmente un modello di ordine e sicurezza. Non possiamo chiedere loro di prevedere ciò che nemmeno gli esperti hanno previsto.
    La strage di Crans-Montana è il risultato di una catena di omissioni tecniche, amministrative e gestionali. Il dolore dei genitori, invece, non ha bisogno di colpe aggiunte: ha bisogno di verità, di giustizia e di un impegno collettivo perché tragedie così non accadano mai più. «Infine, scrivo queste righe non per assolvere o accusare, ma per ricordare che, davanti a un dolore così grande, l’unico gesto davvero umano è chinare il capo e restare accanto, in silenzio, a chi ha perduto tutto. E mentre cerchiamo risposte, non dimentichiamo che ogni genitore, oggi, cammina con un’ombra in più nel cuore. A loro va il mio pensiero più sincero, perché nessuna parola potrà mai colmare il vuoto che portano dentro.»

  5. Prof.ssa Maria Muccia

    Domenico grazie per concedere a tutti la possibilità di poter esternare i propri pensieri e le proprie regole di vita, permettendo di creare un dialogo tra lettori e diversi opinionisti, con finalità, comunque, costruttive e, soprattutto, di riflessione tra gli stessi, influendo sulla crescita morale, sociale e comportamentale degli individui.
    Quanto è accaduto in Svizzera, deve far riflettere molto. Siamo tutti arrabbiati per ciò che è successo e, come in tutti i casi simili, adesso si cerca il colpevole per sentirci con la propria coscienza a posto. Non so perché, ma ogni volta che accade qualcosa di grave o meno, ci si dimentica, e, dopo un po’, come se nulla fosse successo, si ripetono gli stessi errori.
    Forse, è insito nella mente umana guardare avanti e sperimentare, indipendentemente dagli eventi passati, forse per leggerezza, forse perché si è convinti inconsciamente che non accade proprio a me o non adesso.
    Alla domanda: dove è finita la tanto decantata Svizzera nota per il suo ordine, serietà e precisione, beh, ci sarebbe tanto da dire.
    In prima persona, nel lontano 1972, ero sul treno a Chiasso e, dopo un tragitto di assoluto silenzio, si sentì un baccano pazzesco, facendomi sussultare. Chiesi a mio fratello cosa stesse succedendo e lui, sorridendo, rispose: siamo arrivati in Italia!
    A distanza di tanti anni lascio immaginare quanti Svizzeri veri siano rimasti. E, quel detto tanto rinomato (chi va con lo zoppo diventa zoppo, al quale tanto mi sono sempre opposta, affermando il contrario), per la Svizzera ha avuto conferma. La promiscuità dei forestieri si è così sviluppata che di “svizzeri” credo che sia rimasto solo il termine per indicare la popolazione di quello stato, perciò, nulla sconvolge se accadono certe cose.
    Ciò che fa male è la presenza di tanti minorenni e a certe distanze da casa. Non me ne vogliano i genitori, ma certe responsabilità io me le accollerei. Non punterei il dito solo verso gli altri (Autorità, tecnici, Ispettori, politici)che sicuramente sono colpevoli.
    I ragazzi giovani non hanno ancora il cervello completamente sviluppato per avvertire tutte le situazioni di pericolo, tanto che essi non hanno pensato a scappare ma, a fotografare l’evento proprio come se fosse un gioco che si stava presentando. E’ questo è l’atteggiamento proprio di chi è ancora non cresciuto completamente: cioè del minorenne. Non è un caso che i ragazzi vanno seguiti fino al raggiungimento di una certa maturità, non fino alla maggiore età (e su questo argomento ci sarebbe tanto da dire su tanti casi dove, addirittura, i figli portatori di certi handicap sono stati lasciati andare da soli, pur sapendo che avrebbero commesso ulteriori dei crimini. Nessuno ha pensato che in quel caso il vero responsabile fosse proprio il genitore, non il figlio).
    Purtroppo i figli, per alcuni genitori, sono già adulti fin da piccoli, guai a toccarli, confondendo l’intelligenza con la maturità. E’ l’errore più grave che si possa commettere. Si può anche avere una certa fiducia, ma di sicuro non mandati da soli così lontano. I genitori dovrebbero, comunque, vegliare su di loro. Ovvero seguirli a certe distanze. Spesso si sente parlare di ragazzi abusati perfino dai preti e, spesso, io mi sono fatta sempre una domanda: ma i genitori dov’erano. Ricordo una frase detta da una madre di otto figli, moglie di un noto e rispettabile Preside, che aveva lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia: i figli non si lasciano da soli neppure con i papà, perché essi sono sempre presi dagli affari, hanno sempre da parlare con gli adulti e spesso si dimenticano perfino che sono con loro.

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