Nel giro di 25 anni il Sud perderà 3 milioni e mezzo di abitanti, e la Basilicata non arriverà a contare più di 410 mila residenti. Al 2035, cioè fra meno di 10 anni la popolazione meridionale da zero a 18 anni scenderà del 22 per cento mentre la Basilicata registrerà il 30% in meno di bambini fino da zero a 10 anni. Queste alcune delle previsioni che il Direttore generale della SVIMEZ Luca Bianchi (collegato da remoto) ha condiviso con il Gruppo diocesano MEIC (il Movimento culturale di Azione Cattolica) riunito, martedì scorso, nel seminario di Potenza per riflettere insieme sul
tema dello spopolamento delle aree interne che ormai ha assunto i caratteri dell’emergenza. E tutto questo – ha precisato Bianchi- malgrado negli ultimi due anni, grazie soprattutto al PNNR e bonus casa, nonché svariate misure il Mezzogiorno sia cresciuto in termini di PIL addirittura più del centro-nord. Ma il paradosso di un Sud che cresce ma non frena l’emigrazione giovanile e qualificata, è solo apparente, perché la nuova occupazione – ha precisato l’economista SVIMEZ – ha riguardato per lo più il turismo e le costruzioni, cioè lavori stagionali e precari, di basso valore aggiunto, e “non incrocia l’ingente investimento in formazione delle famiglie meridionali sui figli mantenuti fuori per anni nelle università”.
Sottolineando infatti come oggi “non si emigra più solo perché in cerca di lavoro, ma perché in cerca di sbocchi che il Sud non offre in termini di valorizzazione delle competenze acquisite”. E tuttavia il destino delle aree interne non è già scritto e segnato, ha precisato; lo spopolamento delle aree interne “richiede un’ampia visione per riorientare le politiche pubbliche in termini soprattutto di investimenti sociali” e di incremento dei servizi: sanità, medicina territoriale, istruzione (tempo prolungato, mense, palestre), trasporti e collegamenti: tutti settori che caratterizzano la qualità della vita e che oggi ancora determinano in varie parti del Mezzogiorno una percezione ed un vissuto di cittadinanza dimezzata (“divario di cittadinanza”). Insomma si tratta di rompere meccanismi consolidati, a cominciare dalla riforma della politica di Coesione, e sfruttando le strategie messe in campo: dal modello di” Zes unica” all’intelligente utilizzo delle fonti di energia vecchie e nuove.
Alla relazione di Bianchi hanno fatto seguito gli interventi di Margherita Perretti di Confindustria e del DG della Regione Basilicata Vittorio Restaino, che hanno parlato rispettivamente delle difficoltà del mondo datoriale a fare i conti con il divario infrastrutturale, nonché a reperire capitale umano qualificato e del potenziale costituito dal settore agricolo nella valorizzazione dei territori. Mentre Nicola Valluzzi e Mosè Antonio Troiano, rispettivamente sindaci di Castelmezzano e di San Paolo Albanese, hanno sottolineato le difficoltà in cui si muovono gli amministratori locali, principali attori sul territori, stretti tra i bisogni concreti dei cittadini, le contraddizioni del finanziamento pubblico, e la debolezza delle loro strutture tecnico-amministrative ad implementare progetti.
Il dibattito è stato aperto dalla introduzione di Carlo Riviello, iscritto al Gruppo MEIC di Potenza, che, ripercorrendo il tema dell’impoverimento delle aree interne – dalla ”teoria dell’osso e della polpa” di Manlio Rossi Doria negli anni cinquanta sino alle ultime riflessioni dei vescovi italiani ha richiamato la necessità di far leva sulle potenziali opportunità. Che consentano ai giovani soprattutto una prospettiva concreta fra la scelta di una “partenza non necessitata” ed una “volontaria restanza “di costruire il proprio futuro nei luoghi dove sono nati.
A conclusione dell’incontro Michele Gilio, presidente diocesano del MEIC, ha richiamato il ruolo, malgrado le difficoltà, della speranza, quale indispensabile “motore” nella vita personale e sociale del credente.

