La lotta al maschile sovra esteso e l’impoverimento lessicale, ovvero il trumpismo in-culturale                                                                           

Dall’abolizione della lingua latina alla Scuola media in poi, in Italia si è assistito ad un costante impoverimento lessicale della lingua nazionale, che ha subito ferite laceranti sia sul piano semantico che ortografico, per gli effetti anche del notevole contributo offerto dai talk shows ( fucine d’ignoranza e odio)  e dalle applicazioni di Internet:, in primis  Facebook. Cosicché, come mostrano alcuni esempi a seguire, sempre più spesso si sente a scuola, in televisione etc. parlare “stonato”, massacrando le preposizioni articolate, come ad es.: ai/ dai/ dei/ Stati Uniti d’America, anziché: agli, dagli, degli Stati Uniti (in quanto davanti ad “S” impura). Nei ” talk” ( che, forse, sarebbe saggio sostituire con corsi di rialfabetizzazione culturale alla Alberto Manzi) abbiamo, sempre più spesso, un cattivo uso dei verbi intransitivi, che diventano inopinatamente transitivi e addirittura riflessivi: “ Fatemi dire solo questa cosa e poi mi taccio”;  “Io mi auspico che l’Italia vinca la partita” ecc.  “Mia mamma … (anziché la mia mamma, o mia madre …)”.  Molto di moda in televisione è la sostituzione del pronome “tu”(soggetto), con “te” (complemento): “come dici  te”. Poi “al di là …” invece di “di là dal …” Si è sentito pure qualcuno che ha affermato di “aver soccombuto” (errore gravissimo, perché “soccombere” è un verbo difettivo, che non ha il passato). Si ode anche dire dai commercialisti di aver “disdettato”, anziché disdetto un appuntamento, un contratto ecc Di questo corollario fanno parte anche “ essere in conflitto d’interesse”, invece di conflitto di interessi. A proposito di verbi, come non  ricordare un attuale ministro che, alcuni anni fa, in un programma di punta de “La7” spiegò alla lavagna  che: “(…) immigrato è il gerundio del verbo immigrare” (sic!). E quello che, stressato dalle molte crisi aziendali che è tenuto a risolvere, va in sinchisi lessicale e sintattica con punte dislessiche, stravolgendo la fonematica? Non mancano le donne “incinta”, anziché incinte (l’aggettivo richiede l’accordo grammaticale al plurale).

Di gran moda anche: “da quando sono piccolo/a”, pronunciato da persone di mezz’età, e “piuttosto che”, invece di oltre che. Molto gettonate sono anche le “problematiche” ( al posto dei problemi). E, su questo piano, l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Ma ora analizzeremo i più frequenti luoghi comuni, per lo più appannaggio dei politici, una volta entrati in carica: “Sarò il sindaco di tutte e di tutti”, ignorando, evidentemente, che  “tutti” è già un iperonimo e non può esserlo  di un altro iperonimo.  Questa frase, sempre più ricorrente anche negli spettacoli televisivi, fa pendant con quello che dicono gli artisti, che salutano il pubblico dicendo: “Buonasera/Buongiorno/Buonanotte  a tutti e a tutte” (stesso caso di prima), convinti di non  far torto a nessun genere, all’insegna di quello che con un anglicismo forzato, insignificante chiamano politically correct. Siamo alla follia pura.  Dimenticavo chi scrive “qual’ è”, (anziché qual è), e fa il plurale e il femminile con “gli” : “erano affamati e gli abbiamo dato da mangiare”, (invece di  … abbiamo dato loro da mangiare). Ma le “pietre d’inciampo”, si fa per dire, non si fermano qui, perché il lessico quotidiano si arricchisce senza soluzione di continuità. Prova ne sono: “un attimino”( diminutivo di un attimo; ma quanto diavolo dura questo infinitesimale lasso di tempo?)”; cosa? “ ( invece di: che cosa?);  “a secondo” (invece  di a seconda); “a gratis” (invece di gratis); “ se vieni o meno” ( anziché: se vieni o no); “assolutamente”  ( si o no?). Un deputato della maggioranza di governo ha affermato : “ Abbiamo messo dei  miliardi per la  Polizia e le forze dell’ordine” ( ma la Polizia che forza  è?, del disordine? ). Poi, tutti dicono nelle elencazioni di persone, ad es.: “Dante”, Boccaccio,  Petrarca ecc.” ( ignorando che etc. o ecc. sono abbreviazioni di et cetera: eccetera, che in latino significa: e altre cose), anziché et. al. (et alii, che significa: ed altri); “tipo” per dire simile. Ma l’aggettivo più gettonato è:”incredibile”. Il suo impiego è ad altissima frequenza, seguito da  “inaccettabile”.

E l’elenco potrebbe continuare all’infinito,  senza risparmiare neppure le alte cariche dello Stato. Ad es. la premier Meloni, che odia la forma femminile della sua carica, ha emesso una circolare interna agli uffici governativi, che obbliga i suoi sottoposti a designarla verbalmente e graficamente come “il presidente, oppure il Premier  Meloni”, ad onta di tutte le lotte di emancipazione femminile, portate avanti, negli anni, dai movimenti femministi. Per par condicio, c’è da dire che neppure il Presidente della Repubblica Mattarella è indenne da scelte lessicali improprie. Infatti,  nel discorso alla nazione di fine anno, egli esordisce sempre dicendo: “ Cari concittadini e concittadine …”. In realtà, più correttamente, dovrebbe  dire sic et simpliciter: “Cari connazionali …”, perché altrimenti si rivolgerebbe, letteralmente, solo ai cittadini del luogo da dove sta  parlando ( nella fattispecie, Roma). Insomma, non si salva nessuno in questo baillame linguistico, alimentato dalla furia di voler abolire a tutti i costi il cosiddetto “maschile sovraesteso”, che sta procurando gravi ripercussioni sul piano morfosintattico della lingua nazionale, convertendo de facto l’eufonia dell’idioma del ”Paese dove il sì suona” in pura cacofonia: il de profundis del parlare forbito. Che l’Accademia della Crusca intervenga al più presto a fermare questo scempio, prima che la sindrome di Trump, che consiste nel conoscere solo un centinaio di vocaboli, compresi i sinonimi e i contrari ( a fronte di un patrimonio lessicale di circa 200000-250000 lessemi), si radichi in Italia in modo irreversibile, e  dell’italiano  rimangano solo i “diciamo”, i “niente”  e i “cioè”: intercalari tipici di chi non ha molte … parole, ma tanta crusca!

Prof. Domenico Calderone

3 comments

  1. Dr. Giuseppe Giannini

    Complimenti al professor Calderone per questa lezione chiarificatrice. Dalla quale emergono non solo le sviste, ma soprattutto l’impoverimento del linguaggio. Che riguarda tutti, anche coloro che, pur avendo avuto un percorso di studi virtuoso (le generazioni pre-internet), oggi sono vittime del conformismo alienante. Le nuove generazioni cresciute a pane e telefonino, abituate a digitare più che a scrivere, risentono di una carenza conoscitiva, che si ripercuote nella difficoltà ad avere uno spirito critico. Spesso commettono errori grossolani, conoscono poco e male le materie letterarie, la storia e la geografia, e parlano attraverso neologismi, slogan, acronimi. Ci sono le eccezioni, certo, ma quando i giornali, le riviste ed i libri vengono trascurati, e quando la scuola è retta da tecnocrati aziendalisti, il tutto si traduce in titoli di studio sovrastimati (come è possibile che persone con difficoltà di discernimento, che sanno tutto di gossip e niente di cultura, e che non sanno parlare e scrivere poi si laureano con 110 e lode?). Ricoprire determinati ruoli di responsabilità all’interno della società richiederebbe competenze, serietà, professionalità, onestà. Eppure, se guardiamo a chi dirige il Paese, la classe politica o chi lavora nelle istituzioni o gestisce imprese, ad esempio, ci rendiamo conto che spesso abbiamo a che fare con ignoranti, cafoni e presuntuosi. Da cui purtroppo dipendono le vite dei sottoposti (molto più istruiti e sobri di loro). Non è un caso che, quando le masse ignoranti ed individualiste, povere culturalmente ed egoiste, scelgono, lo fanno in maniera sbagliata, premiando i grezzi, i disonesti, i furbi che, in Italia (Meloni, Salvini) come nelle Americhe (Trump, Milei), sono alla guida-distruttiva dei rispettivi Paesi, influenzando, negativamente, anche gli altri. La civiltà è sulla via del tramonto.

  2. Danila Marchi

    Complimenti professore, ha colto nel segno il processo di “involuzione linguistica “ che sta avvenendo e non solo a causa delle interferenze esterne di altre lingue e contaminazioni. Certo, la lingua italiana è in via di trasformazione. Le lingue non sono qualcosa di fisso e di immutabile, ma si modificano in base alle mode, ai nuovi modi di dire e di pensare che subiscono l’influenza dei tempi in cui si vive. Tante parole sono state coniate per rappresentare al meglio certe emozioni, sentimenti, oggetti, situazioni che si sono andate delineando nel tempo. Ad ogni particolare momento storico corrispondono nuove parole da introdurre nel nostro vocabolario e che vengono pronunciate sempre più spesso e volano di bocca in bocca come un passaparola e, in breve, diventano la moda linguistica del momento, così se ne fa sfoggio come si sfoggia un bell’abito, una borsetta firmata, blasonata, copiata all’elegante principessa kate. Non siamo tutti resilienti alle mode, per dirla con una parola in uso di nuovo conio, ma ne subiamo gli influssi e vogliamo: vestire come gli altri, parlare come gli altri per sentirci inclusi, accettati dal gruppo di cui facciamo parte, con una brutta parola, per essere omologati alla casta che rappresentiamo. E’ brutto ed è difficile professare un certo credo che ci discosta dal pensiero dominante, costa fatica fisica, mentale, impegno cognitivo, in poche parole, ogni giorno occorre lottare per prestare fede ai principi che altri vorrebbero sconfiggere col rischio di annientare anche noi stessi ed affondare nel mare dei disillusi. Più semplice è viaggiare insieme verso un’unica meta anche se sappiamo non essere quella giusta. Essere diversi costa fatica, farsi accettare così come siamo, ancor di più. Allora mi chiedo, vale la pena essere conservatori di certi valori del passato che solo la cultura che affonda le radici in un trascorso lontano può dare? Credo di sì, che sia necessario per rimanere se stessi, ma mi sorge un dubbio: ho sempre creduto che “se” quando è seguito da stesso non va accentato, mentre l’accento è necessario quando lo sottende. Invece, oggi si tanti libri noto che il “se” viene sempre accentato. Faccio fatica ad accettare questo cambiamento perché il pensiero in me era ben radicato, Anche se l’averlo appreso dalla maestra sui banchi di scuola non mi esime dal pensare che tutto può cambiare e che, probabilmente, sono io che dovrei dimostrare un pensiero più flessibile, capace di adattarsi alle circostanze che cambiano. Pure L’Accademia della Crusca si dovrà adeguare, mi domando, come quando ha dovuto accettare la nuova regola che consente di andare a capo con L’apostrofo. Tra non molto, chissà, anche il se stesso cambierà e con il se accentato diventerà…patrimonio dell’umanità !

  3. rosanna anelli

    Egregio professore Domenico Calderone, ho letto con molto piacere il suo articolo sullo “scempio” che oggi si fa della lingua italiana. A tal proposito mi è tornata alla mente la celebre metafora manzoniana del “risciacquare i panni in Arno”.
    Manzoni la usò per indicare la necessità di una profonda revisione linguistica del suo romanzo I Promessi Sposi, evidenziando l’urgenza di adottare il fiorentino colto come modello comune. Voleva che il romanzo fosse destinato a un pubblico vasto, e ciò richiedeva una lingua scritta il più possibile vicina a quella parlata.
    Oggi, con una sottile inversione di significato, potremmo richiamare la stessa metafora per denunciare un uso impoverito, “sporco”, non curato dell’italiano: una lingua che avrebbe bisogno proprio di quella attenzione e di quella cura che Manzoni cercava per nobilitarla.
    Questo progressivo impoverimento, questo biascicare” frasi americanizzate come “ok”, “yes” invece di “va bene, sono d’accordo”, o esclamazioni come “gosh” e “wow” al posto della nostra meraviglia, ci trascina ogni giorno un po’ più alla deriva, verso un italiano approssimativo, pieno di piccole “sporcizie” linguistiche.
    Naturalmente, professore, queste considerazioni non riguardano certo chi, come Lei, la lingua la studia, la custodisce e la onora ogni giorno. Il mio era solo uno sguardo più ampio sul nostro tempo. E forse non serve tornare al latino né pretendere che tutti parlino come nel salotto buono del fiorentino ottocentesco. Basterebbe, ogni tanto, ricordare che la nostra lingua non è un fast food da consumare in fretta, ma un pane quotidiano da impastare con cura.
    E se proprio dobbiamo “risciacquare i panni”, che sia almeno per restituirle un po’ del suo nitore — non per stropicciarla ancora di più.
    In fondo, ogni parola pulita è un piccolo gesto di luce, e la nostra lingua merita di brillare ancora. E credo, dopotutto, che un italiano ben curato non faccia male a nessuno: anzi, rende più bella anche la conversazione.
    E forse, proprio dalla scuola ;da quelle aule dove le parole nascono, inciampano, crescono , potrebbe ripartire la cura più semplice e più necessaria: insegnare ad ascoltare la lingua, ad amarla, a trattarla come un bene comune.

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