Conosciuta al pubblico lucano, grazie al rinomato “Concorso artistico -letterario internazionale Engel von Bergeiche”, fondato dalla grafica-pittrice Rosa Calderone (figlia d’arte, alias Roscal), che si svolge ogni anno in agosto, in modalità itinerante, tra i paesi del Vulture-Melfese, Danila Marchi ( nata in provincia di Imperia) è una poetessa-scrittrice che trasfonde le sue ricche esperienze professionali di insegnante ed assistente sociale in liriche, racconti e romanzi. Molto prolifica, non si è fermata mai un momento, neppure durante il periodo buio della pandemia; anzi da essa ha attinto nuova linfa per alimentare il suo amore sconfinato per la Poesia e la Narrativa. Da cui nasce questa opera, finalista al Premio nazionale “Gaetano Cingari”, pubblicata da “Leonida edizioni” (Reggio Calabria, 2025, euro 16), acquistabile anche con Carta del docente, Cultura giovani e del Merito. Cerchiamo di saperne di più, attraverso alcune osservazioni della prof.ssa Alfina Privitera nella sua prefazione (pag. 5): “Danila Marchi trova nella poesia un suo abito e coglie, ispirandosi ai Grandi, la forza della comunicazione come sublimazione delle sofferenze e la traduce nei versi in un confronto con tutta l’umanità. Il suo Io travolto dal dolore struggente si dilata nel dramma universale e ne afferra ogni aspetto in plurime trasfigurazioni (…)”.
A cui si aggiunge, facendo pendant, la scheda tecnica del prof. Domenico Calderone, nella sua dotta postfazione (pag. 203):
<<Questa lunga raccolta di 107 poesie, intitolata “E si attendeva che arrivasse la fine”, il cui Leitmotiv è rappresentato dall’analisi sociale del difficilissimo periodo della pandemia da Covid-19 degli anni scorsi, conferma ancora una volta la cifra stilistica di Danila Marchi, poetessa-scrittrice di lungo corso, da sempre incline alla contaminatio di stili e stilemi, il cui intreccio dà luogo a componimenti riconducibili alla poesia in prosa e viceversa. Una contaminazione che fa sì che Deledda vada “a braccetto” con Pascoli e Leopardi, senza disdegnare/dimenticare Ungaretti col suo Ermetismo, ed altri grandi del passato, come la “attualissima” Isabella Morra (poetessa romantica lucana, vittima di sororicidio nel XVI sec. a soli 26 anni), con la quale, Danila Marchi, per le tematiche che affronta, improntate al pessimismo, a tratti, sembra avere delle “affinità elettive” diacroniche.
Notevole il registro linguistico, di livello medio-alto, che caratterizza l’intero corpus poetico, forse un po’ piegato alla modernità del linguaggio scritto e parlato, per tentare una sorta di sincronia con l’evoluzione dei codici linguistici in voga, in modo tale da assecondare, anche inconsciamente, i gusti del lettore contemporaneo, assediato da una infodemia interculturale trasversale, spesso ispirata a pervasivi modelli extraeuropei insani e deleteri. La ricchezza lessicale, poi, con la presenza ad libitum di sofismi, idioletti, socioletti e termini a volte arcaici, è alimentata costantemente da lemmi anche desueti, ma funzionali alla comprensione profonda del pensiero, esternato al ritmo dell’accumulazione, attraverso versi in rima e blank verse convergenti, sfiorando speso il “flusso” di Joyce: artifici che non danno fiato al lettore, avvinghiato com’è, in un vortice di sensazioni variabili ad andamento sinusoidale.
In ultima analisi, la silloge in oggetto è, sic et simpliciter, bella e dinamica proprio per questo: perché non lascia posto agli infingimenti e, quindi, al tedio delle ridondanze. >>
D. Kesselgross


Dr. Giuseppe Giannini
E’ davvero prolifica la scrittrice Danila Marchi! Alla quale vanno i miei complimenti perchè, da quanto si evince dalla sempre puntuale e precisa recensione, è dotata di un suo stile (l’importanza della forma), ma soprattutto di quella sensibilità, che è propria di chi ha un’anima poetica. Solo la scrittura “emotiva” è capace di far immergere il lettore attento e curioso nel mondo dell’immedesimazione. Riprendendo il titolo tutti “si attendeva la fine” da quell’incubo figlio dell’opulenza rappresentato dall’esperienza sindemica del covid. Purtroppo è stata anche l’occasione per imparare meglio certi aspetti comportamentali. La comune condizione unisce nel disagio psico-fisico, ma isola nelle sofferenze. A prescindere da ogni evento traumatico, personale o sociale, quello che dovremmo capire è che solo la ri-costituzione di relazioni genuine con l’altro può aiutarci a farci uscire dall’individualismo e dalle barbarie di questa epoca che conosce solo sfruttamento, guerre, diseguaglianze. E per fortuna, in soccorso, giunge la cultura.