Sabato 12 luglio il comune di Ruvo del Monte ha concesso la cittadinanza onoraria al Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Sono intervenuti diversi esponenti delle istituzioni locali ed anche da fuori regione. Un clima di entusiasmo, forse eccessivo, ma si sa i piccoli posti vivono di apparenza, ed ogni manifestazione, che sia la festa popolare od altra iniziativa atta a coinvolgere i residenti, diventa il pretesto per sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Finite le luci della ribalta tutto ritornerà alla normalità, con i vecchi contrasti, localismi e discussioni da bar. Al di là del singolo evento vorrei fare delle riflessioni. La scelta di assegnare la cittadinanza onoraria è facoltà spettante alle amministrazioni comunali. Dovrebbe evidenziare qualità, meriti dei beneficiari, che vivendo altrove, e legati al paese d’origine dalla discendenza, si siano particolarmente contraddistinti grazie al loro percorso professionale. Persone degne di nota, amate dalla collettività, e che meritano rispetto. La cittadinanza, quindi, come premio per l’operato. Riconoscenza da parte di una comunità allargata (pronta ad accogliere i nuovi cittadini), che considera come figli propri coloro che, pur vivendo da un’altra parte, sono legati emotivamente ai territori di provenienza. Oppure che abbiano contribuito culturalmente al progresso materiale e civile della nazione.
Un attestato di stima, la cittadinanza, che dovrebbe valere anche per tanti stranieri che contribuiscono al pil nazionale. Invece, sappiamo come è andata con i recenti referendum. Troppo spesso l’attribuzione della cittadinanza, al pari delle lauree ad honorem, diventano l’occasione per celebrare, oltre il dovuto, personaggi già noti, e che non abbisognano di ulteriori titoli. In alcune situazioni le scelte sono opinabili, per non dire discutibili.
Nel caso di De Luca, parliamo di un signore nato a Ruvo del Monte, figlio di emigrati, che si è trasferito a Salerno da piccolo. L’impegno politico sin da giovane gli ha fatto scalare le tappe. Dal PCI alle sue involuzioni. Per tanti anni sindaco di Salerno in maniera divisiva, amato ed odiato, ma capace di stravincere le elezioni più volte. Una forza acquisita sicuramente per le intrinseche qualità, ma qualcuno ha parlato di vero e proprio feudo (nepotismo? clientelismo?) di De Luca & co. da tramandare ai figli (da noi potremmo fare il paragone con la dinastia dei Pittella). Fino ad arrivare a reggere la tanto agognata regione.
Ora, senza voler tracciare il lungo percorso politico ultratrentennale, con i pro ed i contro, quali ad es. le opzioni politiche o le questioni giudiziarie in cui è stato coinvolto – diverse assoluzioni, ma anche tante prescrizioni, e condanne della Corte dei Conti per danno erariale – è indubbio che, più che un uomo delle istituzioni, al quale si deve comunque il rispetto come atto di cortesia e correttezza nei rapporti ufficiali, egli rappresenta l’impersonificazione del potere (nel bene e nel male). Le cui esternazioni “colorite” non sono semplice materiale per la satira, ma a volte danno l’impressione di provenire da un monarca poco incline al dialogo. I detrattori salernitani gli avevano affibiato gli epiteti di “Vcienz o’ funtanar” e di “Vcienz o’ sceriff” per l’uso della mano dura contro i vu cumprà, mentre le questioni lavorative, ambientali, e le grosse illegalità ricevevano poche, significative, risposte.
Negli ultimi tempi, alcune dichiarazioni, apparentemente controcorrente, l’hanno fatto diventare il paladino di un certo Sud identitario e postclassista in cerca di riscatto sociale. E ben vengano anche le pronunce contro le scellerate politiche di guerra.
Rimangono le ombre. E’ comunque uomo del PD, partito le cui prese di posizione, tanto in politica estera quanto in quella interna, hanno il sostegno di iscritti, amministratori, e poteri che contano, avendo inciso sulle vicende nazionali e locali degli ultimi decenni.
E poi ci sono gli scheletri nell’armadio. In passato la polemica accesa con la collega di partito Bindi sulla sua incandidabilità, perchè all’epoca imputato in un processo da cui poi fu assolto. In quel caso si poneva un problema morale, prima che giuridico, su una eventuale presentabilità. E la questione relativa al particolare utilizzo dei fondi pubblici, come nel caso della card doppione del green pass durante il covid, destinata ai residenti campani, e per la quale c’è stato la condanna in primo grado al risarcimento di seicentomila euro.
Quindi, una reale voce critica, è quella di chi da amministratore fa della trasparenza e del rispetto delle regole (che non valgono solo per i sottoposti) un segno distintivo, anche se per appartenenza politica persegue specifici interessi. E quando si manifestano divergenze di opinioni su temi insanabili (il sostegno acritico al genocidio da parte di Israele) è credibile chi ha il coraggio di prendere le distanze ed uscire dal partito-apparato. Tuttavia, spesso candidati e partiti sono legati da vincoli imprescindibili: raccoglitori di voti per la loro stessa sopravvivenza politica. Non mi sembra che De Luca voglia staccarsi dal potere. Pensiamo alla legge regionale che consentiva il terzo mandato e dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Insomma, uomo che, come tanti altri privilegiati, è un professionista della politica, nel senso che di questa vive, ma della quale si avverta la lontananza verso le problematiche sociali e civili di un Paese sempre più culturalmente arretrato.
dott. Giuseppe Giannini


Prof. Domenico Calderone
Purtroppo, sic stant rebus, e andrà sempre peggio, con l’edonismo in costante ascesa, che pervade grandi e piccini. Mi viene di dire: lasciate ogni speranza, oh voi che inutilmente sperate …
Prof. Domenico Calderone