Da Angelo Calderone a Engel von Bergeiche, nel decennale della morte del cantore della comunità lucana

Il 7 luglio 2011 moriva, a Bologna, Angelo Calderone, poliedrico poeta-scrittore lucano, originario di Ruvo del Monte, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Engel von Eiche, poi mutato in Bergeiche, frutto di un’alchimia linguistica studiata per designare in tedesco un “Angelo della Quercia di Montagna”, assurto per vezzo a nome e cognome nobile tramite la preposizione “von” come segno di patronimico. Tutto questo artificio, perché ad Angelo la lingua tedesca, anche se molto difficile, era sempre piaciuta sin dal primo momento in cui, da giovane emigrato, aveva messo piede nella terra dei fratelli Grimm, in cerca di occupazione e fortuna. Due obiettivi tra i quali presto si sarebbe ingerito il fato avverso, materializzatosi in un incidente stradale proprio nel momento in cui il povero, incolpevole Angelo, insieme a tre connazionali, rimasti illesi, era seduto sul sedile posteriore dell’automobile che lo stava riportando a casa, dopo il turno di lavoro in fabbrica.

La loro auto, ferma al semaforo, fu tamponata violentemente da una “Mercedes” guidata da un giovane tedesco risultato super positivo al “drug test”, causando fratture multiple e danni permanenti solo al povero Angelo: il prescelto dal destino infame. Dopo un lungo periodo di ospedalizzazione, Angelo ritorna in Italia, ben sapendo che il suo status fisico non sarà più lo stesso di prima, ciò che lo costringerà a rimodulare il suo progetto di vita. Da pensionato, ricordandosi di essere stato bravo a scuola, da bambino, riprendendo a studiare da autodidatta, diventa artigiano-artista della pirografia, tecnica che impiegherà per costruire soprammobili in miniatura fatti di fiammiferi, molto apprezzati per la loro originalità. Poi, un giorno, rinvenendo un giogo di deflessione abbandonato, viene colpito dalla bellezza della forma del componente elettronico, fatto di intrecci di fili di rame smaltato, e gli nasce l’idea di utilizzarlo per costruire manufatti artigianali in varie guise. Il successo è strepitoso, ma Angelo è un perfezionista che non si accontenta mai dei traguardi raggiunti. E vuole sempre andare oltre, come se fosse impegnato in una sorta di interminabile sfida con se stesso. Cosicché, nonostante il suo agnosticismo, un giorno, decide di cimentarsi con la costruzione di una chiesa in miniatura, utilizzando scarti di legno compensato. Il risultato è sorprendente e, una volta finita l’opera, essa viene subito acquistata da un amante dell’arte sacra.

Ciò che gli darà l’input per tentare una nuova impresa “architettonica”: costruire una chiesa immaginaria in scala, più grande, con tutti gli arredi sacri, le decorazioni interne ed i paramenti fatti a mano, coinvolgendo la figlia Rossella, valente grafica e pittrice, che, poi, nel 2011, alla morte del padre avrebbe fondato l’Associazione Artistico-letteraria Engel von Bergeiche e il relativo Concorso/premio eponimo. Ed è subito un altro successo strepitoso. Presentata in varie mostre sparse per l’Italia, l’opera d’arte catalizza l’attenzione di migliaia di visitatori entusiasti. Ma non è ancora tutto. Infatti, ispirato da non si sa chi, un giorno, da un contadino si fa portare delle radici di alberi fluviali, per ricavarne figure particolari. Ne escono fuori, sorprendentemente, mostri mitologici mai esistiti! Il clamore è tanto e le richieste abbondano, ma le forze cominciano a mancargli, per cui, dopo alcune decine di pezzi, l’artista è costretto a fermarsi. E’ un vero peccato, ma, memore del vecchio proverbio, Angelo pensa che sia giunto il momento di continuare a dare la stura ai propri pensieri, attraverso altre forme d’arte: la poesia in primis, senza disdegnare la narrativa per ragazzi. Inizia così l’era “Engel von Eiche”, primo nome d’arte con cui verranno firmate le sue opere inedite, pubblicate in antologie scolastiche. Engel scrive e poetizza tanto, è molto prolifico. I suoi ispiratori sono soprattutto: Verga, Leopardi, Pascoli e Deledda, i preferiti della sua infanzia, conosciuti sui banchi tarlati della Scuola elementare del maestro unico: un tuttologo, spesso unico anche nel dispensare bacchettate “ad personam”, in quantità variabile secondo il ceto e il partito politico della famiglia del piccolo, presunto trasgressore, rincarando la dose per i figli dei poveri/comunisti. Grazie alle sue partecipazioni a concorsi letterari, con racconti e poesie inediti, Angelo/Engel vince diversi premi e acquisisce una discreta popolarità, rimanendo comunque una persona umile, saggia, prodiga.

Il suo primo libro, dei cinque pubblicati, è intitolato “L’obiettivo” (Casa editrice Seledizioni, Bologna, 1989, £ 9000) che raccoglie 54 liriche aventi come Leitmotiv i mali del mondo contemporaneo, scritte sul ritmo preponderante del blank verse, con tratti rimati a schema libero. Versi liberi come il suo spirito e il suo pensiero. Esemplificativa è la lirica d’amore “Incontro” (pag. 37), che non richiede alcuna esegesi, dato il linguaggio schietto, referenziale, ed i moduli espressivi fondati sull’icasticità del lessico: “La prima volta che ti ho vista, cara,/eri là coi capelli al vento,/lo stesso vento che carezzava le messi bionde,/ da farle sembrar onde spumeggianti che si /dileguavan all’orizzonte. /Tu eri là nascosta./Eri là ad aspettare sotto i cocenti raggi di sole, /quel sole che senza pietà aveva scottato il tuo corpo, / inaridendoti le labbra,/ che aspettavan d’esser inumidite. /I tuoi occhi invece, sembravan due stelle scintillanti in un /ciel sereno d’una notte d’estate./ Io t’osservavo senza fiatare, /senza che tu t’accorgessi. /Poi d’un tratto,/come per miracolo i nostri sguardi s’incontrarono, /i nostri cuori cominciarono a battere freneticamente, /i nostri corpi s’avvinghiarono formandone uno soltanto. / Tanto tempo è passato ormai da quell’indimenticabile giorno, /e tanti anni son trascorsi. /I nostri capelli or son bianchi e il tuo viso è scavato dalle rughe, /mentre i tuoi occhi languidi, /han perduto il loro splendore a causa dei pensieri/ e dolori che t’affliggono. /Ma tutto questo per me non conta, / per me, oggi come allora, /sei rimasta la regina del mio cuore”

Nella stessa raccolta, Angelo passa facilmente dalla gioia dell’amore al suo opposto: l’immaginazione della morte (la sua ). Emblematica è la triste lirica “Fine”(pag. 28): <<Come l’ultima fiammella / si spegne all’esaurirsi dell’ultima stilla / di cera, cosi/l’anima abbandona il mio corpo inerte,/nell’esalazione dell’ultimo,/e affannoso respiro,/la cui morte suggella/ con la parola fine:/la vita.>> Sì, un breve, icastico componimento ad hoc tra l’epigrafe e l’epigramma, perfetto proprio per la lapide di questo austero cantore della comunità lucana, fan di Che Guevara (stesso tipo di barba), fiero “self-made-man” con grande fantasia creativa, sempre in credito con la fortuna, che, nato nell’epoca sbagliata, purtroppo, non ha mai potuto beneficiare delle moderne, innovative tecniche di apprendimento come il comodo “e-learning”.

Prof. Domenico Calderone

1 commento

  1. Marco Cianca

    Una storia fantastica. Magica. Una favola tenera e stimolante, nella quale l’umanità, la sensibilità, la creatività e la forza di volontà del protagonista sono tali da sconfiggere, incatenare e plasmare in modo imprevedibile l’avverso destino.
    Engel von Eiche, poi mutato in Bergeiche. Già la scelta dello pseudonimo indica uno stile visionario che unisce la cultura lucana a quella tedesca, la Magna Grecia alla Foresta Nera, Pitagora ai fratelli Grimm.
    Il professor Domenico Calderone traccia, nel decennale della scomparsa, un ritratto tanto tenero quanto orgoglioso del fratello Angelo. E non può che essere così quando si è al cospetto della vita di un artista che è in qualche modo essa stessa un’opera d’arte. Arte povera, nel senso più alto e vero di questa espressione. Arte generosa. Arte di comunità. Grazie.
    Marco Cianca

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