Basilicata, i dati dell’Istat: in nove anni 25mila residenti in meno

POTENZA – In Basilicata, al 31 dicembre 2019, i residenti sono 553.254, con una riduzione di 5.333 abitanti (-9,5 per mille) rispetto all’anno precedente, e di 24.782 abitanti (-5,5 per mille in media ogni anno) rispetto al 2011. E’ uno dei dati che emergono dal “Censimento permanente della popolazione in Basilicata. Prima diffusione dei dati definitivi 2018 e 2019” dell’Istat. 

1 commento

  1. Dr. Giuseppe Giannini

    L’emigrazione forzata dei lucani è dovuta a decenni di politiche inconcludenti da parte di chi ha governato la Regione.
    Questo fenomeno, che riguarda un pò tutto il Sud, in specie i paesi dell’entroterra, è paradigmatico della trasformazione del lavoro, cui hanno contribuito i governi di qualsiasi colore, con i tagli della spesa pubblica per esigenze di bilancio, e la precarizzazione del lavoro, iniziata con la riforma Treu del ’97, che si è poi consolidata con la legge Maroni-Biagi e il jobs act di Renzi.
    In questo quadro si inserisce la crisi economico-finanziaria del 2007 ed oggi l’effetto devastante del covid.
    Facendo un passo indietro, notiamo come la massa dei giovani e meno giovani, abbandonando le loro terre contribuiscono ad ammassare soprattutto le metropoli del Nord Italia ed Europa.Per certi versi è la stessa migrazione che vede i cittadini del Sud del Mondo spostarsi in cerca di fortuna nel mondo ricco (ad es. i messicani negli USA).
    Ritornando a noi, bisogna dire che la Basilicata è storicamente terra di migrazioni.
    Infatti, non vi è paese che non abbia visto parte della popolazione spostarsi altrove, ad es. Svizzera, Germania o Belgio negli anni’60, o ancora il Nord Italia (l’operaio massa della Fiat).Fino agli anni’80 vi erano però dei garantiti, ed erano tutti quelli che entravano nel carrozzone pubblico, grazie ai concorsi clientelari, che inserivano qua e là persone spesso prive di titoli di studio adeguati.Ciò ha contribuito a trattenere la ricchezza in loco, ma ha anche aumentato a dismisura il debito pubblico, che è stato scaricato sulle spalle delle generazioni successive.
    Così a partire da gli anni ’90 è venuta meno la figura del posto fisso.
    Bisogna però dire che, nonostante ciò, la Basilicata ha avuto delle opportunità, ma non sono state adeguatamente sfruttate: i fondi europei dell’ “Obiettivo uno” utili solo a finanziare corsi di formazione ma non a creare lavoro;la creazione della Fiat di Melfi dal 1993, dove però si è sempre entrati con raccomandazione e dove vigeva il modello delle gabbie salariali; il petrolio della Val d’Agri, con il giacimento su terraferma più grande d’Europa, ma le royalties più basse, e soprattutto con la devastazione ambientale e il numero cresecente di malattie.
    Insomma, se in Basilicata la situazione è questa, e tanti scelgono di andarsene, le responsabilità sono innanzitutto della classe dirigente del posto, che per certi versi rispecchia quella nazionale: incapaci di valorizzare i saperi e i territori, ma pronti nel mettersi a disposizione dell’investitore-approfittatore di turno.
    Senza una visione veramente alternativa, che appunto prediliga la sostenibilità ambientale delle scelte, e metta al centro le competenze, garantendo la distribuzione delle ricchezze e reddito a chi ne sia sprovvisto, il trend non si inverterà.

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