Covid-19, Istat: in Basilicata al lavoro 6 persone su 10. La regione è al 1° posto in Italia

Il dato è sorprendente: più di 6 lucani su 10 la mattina continuano ad alzarsi per andare a lavoro come se non fosse accaduto nulla. A rilevarlo è l’Istat, che fotografa la situazione delle presenze sui luoghi di lavoro alla fine di marzo. La Basilicata con il 64,1% dei comuni è al primo posto di questa graduatoria (64,1% dei Comuni superano la soglia media nazionale del 55,7%), segue la Sicilia (57,9% di comuni che superano la soglia media nazionale) e la Calabria (56,3% di comuni che superano la soglia media nazionale). L’Istat ha realizzato due classifiche sugli “stakanovisti del coronavirus” e gli “assenti giustificati per il Covid-19”. Nella graduatoria dei primi 100 comuni con almeno 10 mila abitanti in base alla quota di addetti appartenenti a settori “attivi”, ci sono i comuni di Potenza 70,1% e Venosa 69,5%. Nella graduatoria dei primi 100 comuni con almeno 10 mila abitanti in base alla quota di addetti appartenenti a settori “sospesi”, troviamo invece al 31esimo posto Melfi con il 69,6% che rientra quasi interamente tra i lavoratori Fca ed indotto.

Sono dati per alcuni aspetti sorprendenti a prescindere dal fatto che ci siano comparti solo formalmente in stand-by, dove le sedi sono chiuse ma che grazie allo smart working riescono ad andare avanti. Il dettaglio territoriale restituisce ancora una volta l’immagine di un Paese diviso. Le restrizioni prese per contenere la diffusione del Coronavirus hanno, infatti, bloccato più i lavoratori al Nord che del Sud. Lo stesso Istat sottolinea come in “molte Regioni del Mezzogiorno oltre la metà dei comuni fanno registrare una quota di addetti appartenenti ai settori aperti superiore al valore medio nazionale”.

Non è però solo una questione di Meridione e Settentrione o di vocazione economica. A fare la differenza sono pure le dimensioni. Le grandi città restano più aperte rispetto al resto. Sopra la media nazionale si trovano per esempio Genova (69,6%), Bari (68,7%), Roma (68,5%), Ancona (68,4%), Trento (68,3%), Bologna (67,7%), Milano (67,1%) e Palermo (66,6%). Colpiscono anche i dati rilevati per alcune delle aree più colpite dal Coronavirus, come Lodi (73,1%) e Crema (69,2%). I comparti produttivi a cui essi si riferiscono comprendono il settore dell’industria in senso stretto, le costruzioni, una parte del terziario di mercato.

Sono esclusi, per definizione: l’agricoltura, il credito e assicurazioni, la pubblica amministrazione, parti importanti dei servizi personali; si tratta di settori che non rientrano nel campo di osservazione delle statistiche sulle imprese e che, invece, sono comparti per i quali è autorizzata la prosecuzione delle attività. Restando nell’ambito delle unità produttive qui considerate, è bene ribadire che la classificazione in “attiva” e “sospesa” assegnata a ciascuna di esse deriva esclusivamente dal settore di attività (individuato dal codice Ateco) a cui appartiene. Non si dispone, invece, di informazioni che colgano l’eventuale sospensione o chiusura dell’operatività di imprese appartenenti a settori “attivi” così come di unità che pur appartenendo a settori “sospesi” si avvalgono, invece, della deroga al divieto richiesta (con meccanismo di silenzio assenso) alle rispettive prefetture.

Per avere una fotografia più completa qualche numero sui lavoratori attivi: a Potenza 1918 industria e 3103 servizi, a Matera 1726 e 2404, a Policoro 445 e 582, a Melfi 352 e 591, a Pisticci 293 e 433 a Lauria 285 e 445, ad Avigliano 213 e 325.  Sarebbe utile aggiornare la situazione allo stato di attuazione del Dpcm 10 aprile che consente di riaprire numerose attività.    L’elenco, particolarmente ampio con l’indicazione dei cosiddetti codici Ateco, è contenuto nel DPCM del 10 Aprile con tre allegati (1 commercio al dettaglio. 2 servizi per la persona. 3 agricoltura, pesca, industria, commercio all’ingrosso, studi professionali).

Fonte: Sanità Futura

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